sabato 31 agosto 2024

BIOGRAFIA DI CELIA PEREN IN BIOLCATI

 

Quando nacque Celia Peren (il 30 aprile 1882), la Grande Bonificazione Ferrarese era stata dichiarata conclusa da appena due anni. Dieci anni dopo la grande ed ultima rotta del Po a Guarda Ferrarese, il territorio era stato redento e i terreni, rimasti vallivi per oltre due secoli (dopo il fallimento della bonificazione estense a causa del taglio di Porto Viro) ridati completamente all’agricoltura. I problemi sociali esplosero. A Serravalle e nei paesi vicini grande fu l’incremento della popolazione, che tuttavia si ritrovò in condizioni di sfruttamento, di miseria, di analfabetismo, di mancanza di servizi adeguati, con vie di comunicazione impraticabili per gran parte dell’anno. Erano nate le Leghe operaie e il marxismo aveva facile presa su una popolazione schiacciata dal latifondismo. La promiscuità dilagante era uno dei tanti segnali del malessere delle popolazioni della Bassa.

            L’atto di battesimo di Celia (Atto n. 28 dell’1.5.1882 - Archivio Abbaziale Parrocchiale di Serravalle - Ferrara) ci dice che alla nascita ella non venne riconosciuta né dal padre né dalla madre. Il nome stesso sembra attestare, se guardiamo all’etimologia, che la bambina poteva considerarsi uno scherzo, una burla. Una leggerezza peccaminosa e illecita consumata fra un uomo, forse già coniugato, e una donna anch’essa sposata, o ancora fra un celibe e una donna sposata: casi non infrequenti in quell’epoca. Non abbiamo indagato in proposito, perché l’atto canonico è di per sé eloquente. L’ufficiale dello stato civile le affibbiò un cognome inventato, Peren, che la accompagnerà negli atti civili fino alla morte. La madre, tuttavia, sembra che l’avesse riconosciuta, solo religiosamente, attraverso una correzione che appare nell’atto di battesimo per mano del sacerdote, don Pio Minghetti, che il 21 ottobre 1901 benedisse le nozze di Celia (identificata nell’atto di matrimonio col cognome della madre, atto n.7 a pag. 126 del Registro dei Matrimoni dal 1869 al 1908) con Teseo Biolcati.

            Nonostante le origini, ebbe con ogni probabilità una sua riconosciuta dignità allorché entrò nell’ambiente della grande famiglia patriarcale dei Biolcati. Non ebbe figli, ma si donò totalmente alla parrocchia che grazie all’intraprendenza di don Giuseppe Minguzzi stava realizzando la benefica istituzione di un Asilo Infantile, costruito nel 1912 ed inaugurato il 22 giugno dell’anno successivo, con la presenza delle Piccole Suore della S. Famiglia di Castelletto di Brenzone (Vr). La famiglia di Celia fu, dunque, quella parrocchiale e dell’Asilo in particolare.

            Donna di elette virtù, sempre assidua alle funzioni religiose, esempio vivente del Vangelo, come amava definirla l’abate-parroco don Giuseppe Fabbri (e come leggiamo sul giornale parrocchiale della S. Pasqua 1956 e in "Dal Campanile", anno II, n.3 del marzo 1975), la Biolcati visse in povertà e mai esitò a dare del suo, magari privandosene, a chi ne avesse bisogno.

            Aveva una Fede incrollabile e una devozione smisurata alla Madonna, la cui statua, acquistata con i sudatissimi risparmi di una vita, volle accanto a sé fino alla morte, avvenuta per paralisi cardiaca il giorno 1 dicembre 1955 (come recita l’atto di morte n. 28. P.I.S.A. - Uff. 3°- Comune di Berra) e non il 30 novembre (come appare sulla lapide funeraria) in una angusta camera sita in Piazza Ticchioni. Ella, munita di tutti i sacramenti e visitata da innumerevoli parrocchiani, dispose che, alla sua dipartita, la Madonna, che era tutta la sua ricchezza, fosse collocata nell'Asilo per dare un esempio alle giovanissime generazioni. Così avvenne, e dal momento della chiusura della Scuola Materna, la statua è conservata nella sagrestia parrocchiale.

            “La Celia” - come era chiamata da tutti - morì dopo un mese interamente dedicato dalla parrocchia alla recita serale del Santo Rosario, quasi l’anticipo di un partecipato suffragio di tutta la Comunità per una donna esemplare, che tanto si era prodigata per la “Peregrinatio Mariae” nelle famiglie iniziata l’8 dicembre del 1953. E dopo la S. Missione Mariana (dall’11 al 18 dicembre 1955), ecco la benedizione del tempietto della Madonna Pellegrina al Ponte Pietropoli come degna conclusione dell’Anno Mariano. Il più grande desiderio che l’aveva sorretta nella sofferenza, venne esaudito dalla Madonna, e proprio in quell’anno dedicato a Maria Santissima, Celia Peren andò ad incontrarla definitivamente in Cielo.

RITORNO AL BLOG DOPO QUALCHE ANNO

 Sono rimasto fermo qualche anno nella pubblicazione di testi in questo mio blog. Riprenderò a breve. A presto. 

giovedì 23 dicembre 2021

I 150 ANNI DALLA NASCITA DI SANTA MARIA CHIARA NANETTI

  




    Siamo ormai prossimi al ricordo dei 150 anni dalla nascita di Santa Maria Chiara Nanetti (al secolo Clelia). Nata il 9 gennaio 1872, pochi mesi prima del disastroso evento della grande alluvione provocata dalla rotta del Po a Guarda ferrarese, la martire polesana sarà ricordata con apposite celebrazioni soprattutto nella diocesi di Adria-Rovigo, ove la sua memoria è particolarmente viva, avendo avuto i natali a Santa Maria Maddalena. Ma ad onor del vero il ricordo della Nanetti è pure vivo a Francolino dove la famiglia si fermò nel 1878 dopo molte peregrinazioni nel territorio di qua e di là dal grande fiume. Santa Maria Chiara Nanetti, ad ogni buon conto, lega la vicenda umana della sua famiglia pure a Cologna, paese di origine del padre Narciso (figlio di Nicola e di Lucia Stefanati), dove i Nanetti si stabilirono per alcuni anni e dove l’8 dicembre 1867, in località Carmignano, nacque il fratello Silvio. 

    Di solida formazione cattolica, la famiglia diede alla Chiesa i figli Silvio e Clelia. Il primo entrò nell’ordine dei Frati Minori in quel di Ferrara ed assunse il nome di Barnaba; la seconda lo seguì e dopo un incontro con le suore Stimmatine a Ferrara, entrò a 20 anni nelle suore Francescane Missionarie di Maria. Il 10 aprile 1892 vestì l’abito religioso prendendo il nome di Maria Chiara e si trasferì per il noviziato in Francia ai Châtelets. Il 13 novembre 1898 la Madre Fondatrice le comunicò che avrebbe fatto parte del gruppo di sette suore, destinate ad una missione in Cina. Il 12 marzo 1899 s’imbarcò insieme alle consorelle e dieci frati missionari con monsignor Fogolla per la Cina e arrivò alla meta finale di Tai-yuan. Al suo arrivo, il 4 maggio 1899, trovò ad attenderla il fratello Barnaba che, inviato in Cina nel 1893, era diventato Pro Vicario apostolico nel capoluogo del Shan-si. A Chiara e alle sue consorelle venne consegnata la cura e la conduzione dell’orfanotrofio femminile. Durante la sanguinosa rivolta xenofoba del 1900 vennero decapitati circa 30.000 cristiani. Padre Barnaba Nanetti riuscì a sfuggire al massacro trovandosi in località meno esposta. Ma le grandi sofferenze prodotte dalla persecuzione, le traversie, le fatiche che dovette affrontare a più riprese lo debilitarono nel fisico portandolo alla morte nel maggio 1911. 

    La sorella Maria Chiara dopo circa un anno di missione venne uccisa il 9 luglio 1900 a Tai-yuan durante le violenze scatenate dalla rivoluzione dei cosiddetti Boxers. In quella occasione, furono 26 le vittime del massacro: 2 vescovi, 3 missionari, 5 seminaristi, 9 fra domestici ed inservienti, e 7 suore, fra cui appunto Suor Nanetti. Papa Pio XII li volle Beati il 24 novembre 1946 mentre il giorno 1 ottobre 2000, anno centenario del loro martirio, accomunati ad un centinaio di altri martiri della Cina dei secoli XVII, XVIII e XIX sono stati proclamati “Santi” dal pontefice Giovanni Paolo II nella cornice del Grande Giubileo della Chiesa. 

    Chi volesse approfondire la vita e la testimonianza cristiana di Santa Maria Chiara Nanetti e del fratello Padre Barnaba può attingere a numerose pubblicazioni e scritti. Vorrei qui ricordare quelli del compianto Mons. Florindo Arpa, di Franco Teodori, di Lorenzo Zavalloni. Assai ben documentato quanto appare in “Una Santa tutta Missionaria. Maria Chiara Nanetti” in Quaderno n. 11 del CEDOC.SFR Ferrara, 2009 a cura di Adriano Mazzetti con un ottimo contributo di don Gabriele Fantinati, attuale arciprete di Ariano nel Polesine. Consiglio anche i testi di Enzo Tramontani apparsi sulla rivista diocesana di Ravenna “Risveglio 2000”, in particolare il libro “Tai-yuan, L’ora del sogno. Maria Chiara Nanetti nella Cina dei Martiri” (Ed. EMI, Bologna, 2000), e “P. Barnaba Nanetti. Fratello di una Santa Martire”, voluto dal parroco di Cologna don Rino Lotto, edito nel 2001 coi tipi della Soc. Artigiana per la Stampa di Ariano nel Polesine (Ro).

 

GIOVANNI RAMINELLI

Copyright 2021

sabato 8 maggio 2021

In memoria del Maestro Alfredo Zanellato, artista a tutto tondo.


 

Si sono svolte ad Ariano ferrarese oggi, sabato 8 maggio, le esequie del pittore Alfredo Zanellato. Ne scrivo con commozione avendolo avuto amico caro per lunghi anni, praticamente dalla fine gli anni 70 del Novecento allorché si gestiva con lui, con la scultrice Rita Da Re, con il critico d’arte del Carlino Antonio Caggiano e con l’indimenticabile don Franco Patruno gli appuntamenti annuali del Premio di Pittura Estemporanea “Campanile d’Oro”. Un premio fortemente voluto e sostenuto a Serravalle dall’allora parroco abate don Giovanni Camarlinghi e dal presidente del Comitato Fiera Roberto Tarroni. Quel Premio portò la parrocchia a dotarsi di tele di artisti noti e meno noti con cui nacque la Pinacoteca Parrocchiale di Arte Contemporanea. Non solo, donò una sua interpretazione della chiesa e del campanile con cui si realizzò la copertina del mio libro del 1980 sulla storia del nostro paese. Alfredo era già, in quegli anni, un artista a tutto tondo, affermato e conosciuto non solo in Italia ma anche a livello internazionale. Aveva vinto il primo premio alla European Art di New York nel 1962, cui seguirono mostre in Russia, in Australia, in Nuova Zelanda in Romania, in Jugoslavia, in Francia.  Già dal 1955 partecipò a collettive nelle principali città italiane con presentazioni e lusinghiere attestazioni di merito di Balestrieri, Prete, Portalupi, Spinelli, Brindisi, Quilici-Buzzacchi, Breddo, Tieto, De Grada, Giuliani Oltre duecento i premi di rappresentanza e di acquisizione, oltre ad una quarantina di primi premi. Fra i riconoscimenti più prestigiosi la Medaglia d’Oro del Presidente della Repubblica e quella della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Pittore che ha rappresentato il Polesine, la quotidianità, senza dover ricorrere a linguaggi privilegiati ma con uno stile caldo, personalissimo, accattivante segno di un raggiunto equilibrio tra le cose reali e l’idea di amore per l’umanità e per la vita, Zanellato ha esposto anche al Palazzo dei Diamanti in Ferrara e, recentemente, con una magnifica personale presentata dal comune amico Giuliani Galeazzo nelle sale del Castello Estense della Mesola. Ritratti di una quotidianità con volti puliti, ancora emergenti da una civiltà contadina mai consegnata in alcuna sua tela alla retorica e alla nostalgia, Alfredo ce li ha offerti anche nelle poesie. Sì, anche la poesia, quella che potremmo scrivere con la P maiuscola, codificata in versi gradevolissimi e toccanti nella bellissima pubblicazione del 1997 “Parole & Immagini”, corredata da tante riproduzioni di sue opere, con una prefazione di Ottorino Stefani e un ottimo saggio critico di Renzo Biasion. In una bellissima poesia dedicata alla moglie, conclude la composizione scrivendo: “E se dovessi un giorno/al passo della vita cedere, /chìnati a sollevarmi/ e chiedimi se ancora/ vivo per te”. Zanellato vive nelle sue opere, nei suoi versi, soprattutto vive nel ricordo e nell’affetto dei famigliari e di quanti hanno avuto il privilegio di averlo per amico. Ciao, Alfredo!

Giovanni Raminelli

Copyright 2021

 

lunedì 8 febbraio 2021

Il nuovo libro di Giovanni Raminelli sulle famiglie di Berra e Fossasamba nel periodo 1787-1808.


Ancora un interessantissimo lavoro di ricerca storica del Dott. Giovanni Raminelli ha visto la luce proprio in questi giorni. Si tratta di un libro in formato A4 di quasi 90 pagine che reca un titolo esplicativo del suo contenuto: “Famiglie di Berra e Fossasamba dall’anno 1787 al 1808 negli stati d’anime conservati nell’Archivio della Chiesa Parrocchiale di Villanova Marchesana (Rovigo)”.  Berra e la vicina località di Fossasamba erano parte della parrocchia di Villanova e tali rimasero fino al passaggio dalla diocesi di Adria a quella di Ravenna nel triennio 1818-1821. Raminelli ci presenta lo stato demografico del lungopò berrese con una miriade di dati e di rimandi alle situazioni territoriale, religiosa ed abitativa con la possibilità di un confronto fra i dati del 1787 e quelli del 1808. Il testo è corredato di alberi genealogici, elenchi, annotazioni storiche e trascrizioni di documenti attinenti la vita delle genti di qua e di là dal Po. La pubblicazione riporta notizie e dati sulla composizione di numerosissime famiglie molte delle quali ancora insediate nella zona. Eccone un elenco: ALBIERI, ANDREOTTI. ARMARI. BALLARINI. BARUFFA. BATTAGLIA. BECCATI. BERGAMINI. BIGANI. BIOLCATI. BISI. BOMPANI. BONINCONTRI. BRANCALEONI. CAGNOTTI. CANETTI. CANIATTI. CAPATTI. CASTAGNARI. CASTELLANI. CATTANI. CAVALLARI. CAVECCHIA. CESTARI. CHIARATI. COLLA. CORNETTI. CREPALDI. CURINA. DAINESI. DOATTI. DUO’. FABRI. FELLISATTI. FERRO. FINOTTI. FORECHI. FRANCHI. GALETTI. GAMBONI. GARENTI. GHIRARDI. GIOVANNINI. GRANDI. GRASSI. GUARNIERI. LUISARI. LORENZETTI. MANTOVANI. MARZOLA. MASIERI. MATTIOLI. MAZZOCCHI. MISSOLI. NEGRINI. NICCHIO. NOCENTI. NOVI. PAGANINI. PAMPANI. PASQUALI. PAVANI. PERDOMI. PILLAN. PIVA. PIVANTI. POCATERRA. POLLESENANI. POZZATI. PREVIATI. RADINI. SIVIERI. SPADONI. STEFANATI. TRONCONI. TUMIATTI. VALLI. VERONESI. ZAGATI. ZAMBAGLIA. ZANELLA. ZERBINI

Non va dimenticato che l’avere a disposizione i registri degli Stati d’anime conservatisi nel tempo risulta indispensabile ai ricercatori e agli studiosi di storia locale per ricostruire l’assetto demografico di una comunità o di un intero territorio. Raminelli, da ottimo genealogista ha voluto protrarre il suo sforzo per consentire un soddisfacente cammino di conoscenza a chi è desideroso di andare alla ricerca delle proprie origini, consultando i tanti alberi genealogici ricavati dall’esame dei registri canonici. D’altra parte va sottolineato che un adeguato utilizzo dell’indagine storica può condurre a ricostruire e tramandare le origini familiari, le discendenze e i legami di parentela. Questa preziosa ed unica ricerca ricerca può fornire conoscenze circa l’evoluzione della onomastica e aiutare a ricostruire collegamenti e legami con altre famiglie, talune estinte, altre emigrate in regioni lontane da quella di origine se non addirittura all’estero, ma altre magari ancora presenti in una limitrofa area geografica. Inoltre, avendo a disposizione altri documenti, è stato possibile al Dottor Raminelli realizzare una descrizione di matrimoni celebrati dal 18 aprile 1803 al 28 luglio 1806, specificando che alcuni riti si svolsero nella parrocchiale di Villanova Marchesana, altri negli oratori di Canalnovo e della “Chiesuola metà Ferrarese e metà Veneziana”, altri ancora nelle chiesette di Fossasamba e di Berra. Insomma un libro indispensabile per conservare la memoria storica della zona, un libro in sole 150 copie numerate e firmate dall’Autore che, in attesa della presentazione ufficiale (restrizione pandemica permettendo) possono essere reperite e/o richieste a Raminelli. Chi fosse interessato può mettersi in contatto con l’Autore scrivendo all’indirizzo mail   historicus@outlook.it

 

Zan.Di.Pac.

 

giovedì 26 novembre 2020

Il comunicato dell'Amministrazione Comunale di Riva del Po circa il nuovo libro di Giovanni Raminelli

 

Comune di Riva del Po

(Ferrara)

 

È con grande piacere che l’amministrazione di comunale di “Riva del Po” ha concorso alla pubblicazione di questo interessante lavoro di meticolosa ricerca storica dell’amico e concittadino Giovanni Raminelli grande cultore della nostra storia locale.

Un territorio nuovo, che così come è articolato nella sua estensione, abbraccia una serie di vicende ed episodi importanti della storia di Ferrara è della sua provincia come appunto la rivolta degli insorgenti contro i Francesi di Napoleone.

La figura del mugnaio colognese Valeriano Chiarati meritava da diverso tempo un approfondimento sulla vita e la storia di questo personaggio che di fatto divenne il capo della rivolta nel 1799.

Giovanni Raminelli, con questo suo importante lavoro, riesce a darci un quadro esauriente di questa vicenda con un grande lavoro di ricerca che lo ha impegnato per diversi anni. Un approfondimento storico che colma una lacuna di studi e ricerche su questo importante periodo della storia d’Italia con particolare interesse al nostro territorio. Il volume poi è ricco di precisazioni, di aneddoti e brevi biografie di personaggi storici che hanno avuto parte nella vicenda.

Diversi volumi verranno distribuiti alla scuola secondaria di primo grado di Berra in modo da consentire ai più giovani di approfondire con i loro insegnanti questa vicenda che ha caratterizzato la storia delle nostre comunità

L’amministrazione comunale di Riva del Po, come del resto, le due precedenti amministrazioni dei comuni di Berra e di Ro hanno sempre incoraggiato lo studio della storia dei propri territori e comunità. Per tanto, quest’opera s’inserisce nell’importante solco di ricerca e di recupero della nostra memoria fin qui tracciato.

Questo lavoro, ben si adatta ed integra quanto fatto dall’ex comune di Ro sulla vicenda della civiltà rurale e fluviale legata ai mulini natanti, così ben descritti nel fondamentale romanzo del grande Riccardo Bacchelli, a cui è dedicata l’area golenale di Ro, dove è ancorata una storica riproduzione di un mulino galleggiante. Inoltre la biblioteca comunale di Ro è a lui intitolata.

Nonostante questo momento difficile che stiamo attraversando siamo convinti che pubblicare questo lavoro di recupero della nostra memoria storica sia un contributo importante a cementare con il richiamo ad una memoria comune il passato, il presente e il futuro di questa nuova comunità.

 

Novembre 2020

Amministrazione comunale Riva del Po

lunedì 9 novembre 2020

IL NUOVO LIBRO DI GIOVANNI RAMINELLI SULLA FIGURA DELL' "Insorgente" VALERIANO CHIARATI.


 

Con il patrocinio del MIBACT, dell’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara e il contribuito del Comune di Riva del Po è fresco di stampa il saggio di ricerca storica del Dott. Giovanni Raminelli “Valeriano Chiarati – Insorgente”. Il libro è frutto di una lunga e meticolosa ricerca che Raminelli ha condotto anche su documenti inediti e di prima mano, una interessante serie di fonti che hanno consentito all’Autore di tracciare una ben definita linea interpretativa della figura del mugnaio colognese. Chiarati guidò la rivolta antifrancese del marzo-aprile 1799. Il saggio, che contiene appunti e considerazioni sul triennio giacobino (1796-1799) ha pure riflessioni ben calibrate di Raminelli tese ad offrire uno spaccato esauriente e definito della realtà sociale, economica e politica di quegli anni. Non solo, poiché l’Autore protende lo sguardo indagatore fino al fenomeno del brigantaggio del 1809 col conforto, come si diceva, di una documentazione ampia e col riferimento ad una ricchissima bibliografia. Il testo è aperto dalla presentazione a firma dell’attuale sindaco di Riva del Po Dr. Andrea Zamboni, seguita da una colta prefazione dello storico e bibliotecario Dr. Alberto Astolfi. Il municipio di Riva del Po farà avere copia del volume a tutte le biblioteche pubbliche della provincia di Ferrara e ne farà dono agli studenti della locale scuola media di primo grado. Date le restrizioni del momento a causa della pandemia non è stata fissata la data della presentazione ufficiale del volume nel corso della quale appassionati di storia locale, studiosi e cittadini potranno averne copia.

(Zan. di Pac.)

martedì 6 ottobre 2020

Cesare Grandi, il Fiume, la Bonifica, il Ponte. (ed, La Torre - Torino) - UN LIBRO DAVVERO INTERESSANTE

 



Esce in questi giorni, ma avrà presentazioni in vari luoghi ed in tempi diversi, il libro edito da La Torre nella Collana Etnopharma (Torino) opera di Cesare e Maurizio Giovanni Grandi. Un testo che ripercorre, insieme con la storia del territorio del lungopò di Ariano e Serravalle, nella località Valline, la storia della famiglia Grandi. Un libro di 232 pagine, ben illustrato e gradevole nelle varie sezioni che parlano di luoghi, personaggi, situazioni. Un poderoso riferimento con buona e valida documentazione pure all'eccidio di Ponte Albersano, di cui si celebreranno i 120 anni nel 2021 anche attraverso queste belle e interessanti pagine. Il libro contiene una mia Prefazione, che sono onorato di aver redatto e che porto a conoscenza attraverso questo blog.

Ho accolto di buon grado la cortese richiesta del Prof. Maurizio Grandi di esporre alcuni pensieri in relazione al testo sulla sua famiglia e sulle vicende del nonno Cesare: quasi una epopea, scritta con encomiabile impegno e con il giusto trasporto emotivo, che tuttavia non inficiano la corretta impostazione storica, sociale e territoriale del libro. La memoria, inquadrata nei contesti che ne significano doverosamente il valore, aiuta a delineare, senza zuccherose nostalgie, gli aspetti più ragguardevoli delle vicende singole così come di quelle familiari e comunitarie, tutte protese a insegnare che la vita non scorre invano. Il passato infatti aiuta a capire come siamo stati, e non rifugge dal farci intendere a quali mete possiamo aspirare.

Il lettore si renderà conto, fin dalle prime pagine, che l’intento era quello di far comprendere come le radici affondino nella memoria. Di qui il largo spazio dedicato alla storia antica ed anche a quella più a noi vicina, fino alle bonifiche estensi e a quella ultima, ormai a fine Ottocento dopo il disastro della rotta del Po a Guarda. Così come i toponimi di luoghi e possessioni agricole, ed anche gli spostamenti stagionali, le transumanze. Ben si capisce che lo scopo, come s’è detto poc’anzi, non è solo quello del fermare nostalgicamente i ricordi, ma quello della tensione a far intendere che il futuro può essere più consapevole e migliore per tutti solo riuscendo a coltivare e a fortificare le nostre radici. In fin dei conti sta tutto qui l’intento del libro: esercizio importante, direi fondamentale, che ha animato il Prof. Grandi nella salvaguardia della memoria dei luoghi e della sua famiglia nella concomitante e contestuale ricerca della comprensione degli avvenimenti.

Insomma un intento etico che si spinge oltre quello didascalico, della narrazione e della annotazione bibliografica ed archivistica.

In tale operazione, condotta con lodevole tenacia, si è inquadrata la “storia” nella “Storia”. In buona sostanza qui si è posta attenzione con acribia a quella Storia, che scriviamo con l’iniziale maiuscola, e che può essere tale non solo con re e imperatori, con presidenti e dittatori, con generali, truppe, guerre, pestilenze, e con le trasformazioni economiche e sociali, bensì con l’apporto sempre dignitoso, indispensabile ed unico degli “umili”, talora a torto definiti “i senza storia”.

Mi sia permesso poi evidenziare un altro aspetto. Questo testo è completo ed esauriente perché in esso è presentato lo scorrere del tempo in un’area di grande interesse come quella deltizia, suggestiva ma ancora oggi conosciuta più nella sua evoluzione geomorfologica che in quella umana, politica, economica e religiosa.

Gli abitanti di queste lande ferraresi, in relazione alle tante vicende politiche ed economiche, sono stati protagonisti di fatti determinanti, suffragati purtuttavia da sofferenze e fatiche indicibili. Mi piace qui citare, fra le tante opere meritevoli di attenzione, il bel romanzo di Massimo Felisatti e Marco Leto, O dolce terra addio (Rizzoli, 1987), dove pure si parla delle zone della bassa ferrarese e dei tragici fatti di Ponte Albersano del 1901 nel complesso panorama rappresentante l’epopea di famiglie contadine che dopo tenaci lotte, volte a difendere i diritti dei miseri, furono obbligate a emigrare per sfuggire agli spettri della disoccupazione, della sottoccupazione, della fame, della miseria, dell’analfabetismo. Così come si fuggì, nel novembre 1951, dal Polesine invaso dalle acque della rotta del Po a Occhiobello. Ed ancora, l’abbandono delle campagne per riversarsi nel triangolo industriale negli anni del “boom” economico.

Il Po, il fiume che ha segnato la vita di generazioni, qui è ancora padre e padrone. Più in particolare il ramo ora detto di Goro, ma sempre chiamato nei secoli scorsi “Po d’Ariano” e ancora oggi, popolarmente, il “Po piccolo”, sulla cui sponde destra, in quel lembo di terra, fra Serravalle e Ariano ferrarese, sta la zona “Valline”, culla e feudo della famiglia Grandi, che alcuni secoli or sono i notai e i funzionari civili e i sacerdoti di qua e di là dal Po identificavano come terra “a latere Serravallis” (dal lato di Serravalle).

La presenza di un corso d’acqua ha sempre costituito per l’uomo un valido motivo per collocarvi appresso i propri insediamenti, teatri di vicende singole e comunitarie significative. Infatti questo libro del prof. Grandi segnala come molti, in seguito a ripetuti avvenimenti, territoriali e politici, si siano sottratti con caparbietà ad una posizione di marginalità umana nella quale le genti di questa parte d’Italia sono state confinate per secoli. Campagne prede di paludi mefitiche. Acque stagnanti periodicamente ambienti di vita ideali per canna palustre e paviera. Grazie a chi è rimasto, questi luoghi hanno lasciato il posto a campi feraci e le terre redente dalle bonifiche, prima naturali poi meccaniche, accolgono ora piantagioni intensive e colture all’avanguardia: segni di una agricoltura sempre più moderna ed economicamente più evoluta.

L’augurio sgorga spontaneo: questo testo deve essere letto e meditato. Lo dico da amante e ricercatore di storia locale, ben consapevole che, quando si scrive di una famiglia tentando di illustrarne le vicende segnate da ricordi e dal dipanarsi degli anni, l’azione può essere sbrigativamente liquidata come semplice opera di recupero. Non è così, o meglio: non è sempre così. Il testo del Prof. Grandi deve essere letto e meditato, soprattutto dai giovani. Essi devono guardare a chi li ha preceduti, a chi è vissuto prima, con la consapevole speranza che il passato non è mai chiuso per sempre.

Il passato è appena dietro l’angolo delle nostre frenesie quotidiane e vuole essere conosciuto. Lo vuole perché solo così può aiutarci a definire la nostra attuale identità.

Per progettare e vivere serenamente il futuro di tutti e di ciascuno. 

Serravalle (Ferrara), 14 giugno 2020

GIOVANNI RAMINELLI

lunedì 5 ottobre 2020

"Note di un viaggio in Brasile" - Presentato il 2 ottobre il libro di don Carlo Maran

 In 76 pagine sta il libro “Note di un viaggio in Brasile” che don Carlo Maran ha presentato ieri sera, venerdì 2 ottobre, nella sala “Flora Manfrinati” della parrocchia di Serravalle, in occasione della giornata di apertura dell‘Ottobre Culturale Serravallese, organizzato dall’Associazione Palio Serravalle. Don Maran è stato parroco-abate di Serravalle dal febbraio 1985 al novembre 1992.

 Prima di lasciare l’impegno parrocchiale per recarsi in Brasile quale missionario “Fidei Donum”, volle trascorrere un mese in quella realtà che poi lo avrebbe visto pastoralmente impegnato.

 Il libro, agile e ricco di illustrazioni provenienti dal ricco archivio fotografico attuato dal sacerdote nel corso della sua esperienza brasiliana, è stato presentato da Giovanni Raminelli, che ha collaborato con l’autore per la redazione prestampa e con una interessante presentazione.

 Davanti ad un pubblico attento e partecipe, Raminelli ha sottolineato la dimensione cristiana e umana dell’impegno missionario, specialmente in una realtà difficile come è quella del Brasile e di alcune altre nazioni dell’America del Sud.

 L’autore ha poi dialogato con Raminelli, tracciando un quadro decisamente concreto e, a tratti, preoccupante della presenza dei cattolici in Brasile. Ha poi risposto ad alcune domande relative a situazioni salienti dal punto di vista umano, sociale e religioso nelle zone visitate, in particolare la diocesi di Marabà.

 Le descrizioni attente e i precisi ricordi della esperienza missionaria di don Carlo hanno creato un clima di grande interesse nel pubblico presente. Al termine della serata, don Maran ha distribuito il volume con il cui ricavato verrà lasciata una offerta alla parrocchia.

Alla serata, aperta e chiusa dai saluti del parroco-abate don Andrea Masini, era presente per il Comune l’assessore Sig.ra Raffaella Nalli, per la Pro Loco il presidente Carlo Gori, e una rappresentanza di Radio Riva.

Copyright -2020

Giovanni Raminelli

martedì 29 settembre 2020

RIVA DEL PO: Territorio, storia, cultura.

 “Lungo le rive della storia” è questo il titolo del secondo dei “Venerdì del Territorio” voluti dalla Pro Loco Terre Bacchelliane” e dalla Pro Loco “Serravalle Insieme” con la non nascosta intenzione di “Capire il presente per Progettare il futuro”, che ha avuto luogo il venerdì 25 settembre, alle ore 21 a Serravalle. Quello che siamo lo dobbiamo ad una storia che è andata dipanandosi in trasformazioni territoriali, demografiche, politiche ed economiche; una storia che ci spinge a guardare al domani con serenità ma con determinazione. L’analisi della genesi degli ultimi anni che hanno portato alla unificazione dei due territori degli ex comuni di Berra e di Ro è stata la relazione finale di Filippo Parisini. Un percorso fatto di attese e di decisioni che ora devono impegnare tutti a lavorare per contribuire allo sviluppo di un territorio vasto e ricco di opportunità. Per tale motivo l’incontro ha avuto il patrocinio del Comune di Riva del Po e ha registrato la collaborazione della Protezione Civile di Ro e del Consorzio Acque Delta Ferrarese, che ha messo a disposizione la bella sala del Centro di Educazione Ambientale “La Fabbrica dell’Acqua” consentendo la partecipazione di un folto pubblico costituito da cittadini, amministratori e consiglieri. A dare apertura all’incontro è stato l’Arch. Giancarlo Medici che in un ponderoso intervento ha spiegato cosa sia il Parco Letterario legato alla storia dei luoghi descritti da Riccardo Bacchelli nel libro Il mulino del Po: luoghi che il grande scrittore ha inserito nel suo capolavoro e che meritano di essere conosciuti perché parlano di una civiltà fluviale ormai scomparsa. I mulini natanti, di cui Bacchelli fece esperienza nel frequentare la villa roese del senatore Arlotti, proprietario dell’ultimo mulino appiardato alla sponda destra del grande fiume. A supporto dell’intervento di Medici alcune slides e le letture artisticamente proposte da Lara Mantovani e Angela Felisatti. E’ stata poi la volta del Dott. Alberto Astolfi, bibliotecario, storico e attuale vice-sindaco di Riva del Po con la presentazione della sua ultima fatica: il libro La guerra sul Po, epica vicenda del 22 dicembre 1509 svoltasi di fronte a Polesella fra la Casa d’Este e la Repubblica di Venezia e conclusasi con la vittoria dell’aquila estense. A dire il vero, quello che Astolfi ha anticipato con dovizia di particolari è la ormai ristampa del primo libro sul medesimo argomento, edito nel 2000, ma con aggiunte e integrazioni che porteranno il lettore ad avere una esatta visione dei prodromi, dello svolgersi della battaglia e delle conseguenze che se ne ebbero. Il successivo intervento lo ha tenuto il Dott. Giovanni Raminelli, che ha presentato alcuni aspetti della dolorosa vicenda dell’eccidio di Ponte Albersano del 27 giugno 1901. Un fatto che ebbe ripercussioni politiche e sociali a livello nazionale e aprì localmente la strada ad una più consapevole presenza delle forze operaie, determinanti per la nascita dei comuni smembrati dal grande comune di Copparo (fra cui appunto Berra e Ro). Raminelli, che nel 2001 fu tra i relatori al Convegno Celebrativo del Centenario dell’eccidio, ha sollecitato gli attuali amministratori a pensare ad un adeguato rilievo da dare alla ormai prossima scadenza dei 120 anni dai fatti di Albersano, sperabilmente con ricerche e recupero di nuove fonti documentali. La serata è stata animata anche dei canti del Trio “Masincanto” (tenore Luca Marchetti, basso Lino Guandalini, baritono Giorgio Gamba) diretto dal Maestro Gianmaria Raminelli: un madrigale dell’epoca della guerra di Polesella, due brani eseguiti in prima assoluta, preparati dal Maestro Raminelli sulle linee melodiche dei canti dei braccianti che ricordavano i feriti e i morti di Albersano e il Socialismo delle origini nelle campagne berresi. Da ultimo alcune strofe del tradizionale Dies irae per i deceduti in quella tragica occasione.

 

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Giovanni Raminelli

 

 

martedì 28 aprile 2020

Il nuovo romanzo di Giovanni Raminelli Sacrileghe fritture e altri ragguardevoli fatti accaduti là dove inizia il delta del Po.


E ancora fresco di stampa il terzo romanzo storico di Giovanni Raminelli, che conclude la triade di vicende ottocentesche ambientate in quel di Serravalle e nei paesi limitrofi sia papalini che assoggettati al regno lombardo-veneto. I primi due romanzi sono stati presentati in varie sedi, e sempre accolti con favore dagli ambienti culturali ferraresi e rodigini. Ora la saga volge al termine con un titolo che incuriosisce: come è stato possibile giungere a dei sacrilegi realizzando fritture?
L'autore, nel tessere la trama di questa sua ultima fatica, utilizza alcuni dati ricavati da fatti realmente accaduti negli ambienti dell'abbazia di Serravalle, ma trasfigurati e riproposti con uno stile ricco di dialoghi, di salaci battute dialettali, di situazioni tragicomiche. Ma non solo. Nello scorrere della narrazione, ecco altre vicende da ritenersi decisamente ragguardevoli: l'osteria e i suoi avventori, le sganzèghe di fine mietitura, il facitor di bambole, il ricco possidente agrario padre-padrone, la figlia negletta, le comari sadicamente linguacciute.
Al lettore il compito di immergersi in un testo indubbiamente piacevole. Il percorso narrativo, sempre scorrevole e ricco di colpi di scena, si snoda dunque fra personaggi veritieri ed altri inventati. Il quadro che ne scaturisce delinea le vicende di una variopinta umanità segnata dal Po, dalle fatiche del vivere quotidiano, dalle tradizioni civili e religiose, e da rapporti non sempre facili fra i residui di un paternalismo nobiliare d'altri tempi e una classe popolare e borghese sempre più protagonista delle storie, che tanta parte hanno avuto negli avvenimenti del biennio 1838-1839 e negli anni immediatamente preparatori dell'unità nazionale.
Il testo si conclude con l'uscita di scena del conte Leopoldo, raro, isolato esempio di umanità, di saggezza e di profonda fede. Raminelli - come già detto - non rifugge dalle citazioni dialettali, talune ormai desuete ma sempre gustosissime, che imprimono una vivace dinamica alle azioni, ai pensieri, ai sentimenti dei personaggi che ben rappresentano le genti di quell'epoca. Un romanzo di 102 pagine da leggersi d'un fiato che l'autore dedica a quanti amano le storie delle genti di qua e di là dal Po.


(Zan. Di Pac.)

martedì 21 aprile 2020

Ormai prossima l'uscita del terzo romanzo storico di Giovanni Raminelli.

lunedì 24 dicembre 2018

Esce la seconda edizione del libro sulla Venerabile FLORA MANFRINATI



Con una prefazione del Cardinale Giuseppe Versaldi, Prefetto della Congregazione Vaticana per l’Educazione Cattolica, esce in questi giorni per i tipi delle edizioni San Paolo, la seconda edizione rivista ed aggiornata del libro di Giovanni Raminelli “Flora Manfrinati, apostola laica. Una vita di carità nella luce della croce”. La prima edizione uscì nel 2003 e contribuì ad una migliore conoscenza della venerabile Manfrinati, che visse anche a Serravalle e nella cui chiesa nel 1912 ricevette il sacramento della Sacra Cresima dalle mani dell’arcivescovo di Ravenna. La vicenda di questa donna, che a Torino ha fondato l’Opera di Nostra Signora Universale, tutt’ora operante nel campo della educazione delle giovani generazioni attraverso l’impegno della Educatrici Apostole, viene narrata nelle 188 pagine del libro, che è reperibile e ordinabile nelle librerie cattoliche San Paolo al prezzo di Euro 10. Giovanni Raminelli ha espressamente rinunciato sia nella prima che nella seconda edizione ai diritti d’autore a scopo benefico e si augura che soprattutto a Serravalle venga conosciuta la venerabile Manfrinati dato che dall’ottobre 2003 la sala della parrocchia è stata dedicata proprio a lei, che nell’infanzia visse con la famiglia alla Crepalda Vecchia, al Dosso Marianti e alla Crepaldina. Attualmente, oltre a Torino, la venerabile è ricordata nel Centro di preghiera a Mottatonda Nuova di Gherardi ove si trova la sua casa natale.


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Giovanni Raminelli

giovedì 8 novembre 2018

Pubblicato il Diario di Anselmo Morelli "La storia della mia vita militare"





Un mio nuovo lavoro viene alla luce in questi giorni con il patrocinio del Comune di Berra e dell’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara. Si tratta della pubblicazione, con commento e note, del Diario di Anselmo Morelli La storia della mia vita militare. È un agile volumetto di sessanta pagine contenenti i ricordi della partecipazione alla Grande Guerra stesi da Anselmo Morelli nel 1956. Come afferma il Dr. Alberto Astolfi in un suo intervento a nome dell’Amministrazione Comunale di Berra “La pubblicazione del diario di Anselmo Morelli, curata proprio da Raminelli, compone e completa il quadro storico e biografico attorno alla figura di Morelli già avviata con la pubblicazione del 2004 “Anselmo Morelli. Poesie popolari di un ricevitor postale”, ampliandone la figura non solo in chiave letteraria, ma di fatto, con queste sue memorie, in chiave storica in un particolare periodo della storia d’Italia come sono appunto i cent’anni dalla fine del primo conflitto mondiale. Un documento prezioso che ci riporta e ci descrive fedelmente fasi di vita ed eventi che difficilmente oggi si potrebbero comprendere”. E la Dr.ssa Anna Quarzi direttrice dell’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara scrive: “Il diario del Morelli, nonostante sia un diario postumo, composto decenni dopo attraverso appunti e ricordi, non perde il suo fascino storiografico, ma anzi è testimone di una memoria ormai sedimentata e matura dell’autore. La vicenda esistenziale di Anselmo Morelli meritava una riflessione proprio perché incarna alla perfezione l’uomo che crede fermamente nel potere della scrittura e della cultura per risollevare la propria iniziale condizione di svantaggio economico familiare. Morelli infatti nasce in una povera famiglia che non può permettergli studi adeguati alle sue notevoli capacità. E Giovanni Raminelli, vista la sua lunga esperienza come dirigente scolastico e come storico, non poteva farsi sfuggire l’indagine su di un personaggio tanto interessante quanto emblematico. La penna di Raminelli è inconfondibile nel commento al diario dove, come in tutti i suoi altri lavori, emerge la tempra dello storico attento e scrupoloso che ha saputo negli anni dare nuova linfa alla storia locale”. Le vicende e le memorie di Anselmo Morelli sono trascritte e commentate con notizie, dati e spiegazioni che rendono il lavoro una tessera del mosaico diaristico che a livello nazionale, in questi anni, ha dato luogo, anche in tal modo, alla giusta commemorazione del centenario della Prima Guerra Mondiale. Il libro viene ufficialmente presentato a Berra il 9 novembre, nel teatro comunale, alle ore 9,30 e donato ai ragazzi delle scuole (V^ elementare e III^ media), che sono invitati a leggerlo e a produrre qualche lavoro per una migliore conoscenza della storia nazionale. Come autore, ritengo sia interessante l’aver riportato anche copie di lettere che il Morelli scriveva alla moglie dal fronte, alcune fotografie scattate in quegli anni, nonché una serie di dati che il Morelli annotò mentre prestava servizio nei reparti di sussistenza in relazione alla composizione delle dotazioni alimentari per i militari.

Giovanni Raminelli

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lunedì 9 aprile 2018

...disponibile il sequel del primo romanzo....


Pubblico la recensione realizzata da un caro amico al mio secondo romanzo, le cui vicende completano quelle narrate nel primo, uscito nel 2016. Il libro verrà presentato il sabato 5 maggio 2018, alle ore 16, a pomposa (Ferrara) nell'ambito delle iniziative della "Primavera Pomposiana 2018". Chi fosse interessato potrà acquistarlo a Pomposa, oppure a Serravalle (Ferrara) presso la tabaccheria-cartoleria di Broggio Dario, o ancora alla libreria "Apogeo" di Adria (Rovigo). Chi desiderasse l'invio per posta può scrivere all'indirizzo e-mail: historicus@outlook.it

Giovanni Raminelli

Come aveva promesso, Giovanni Raminelli completa le vicende del suo primo romanzo storico (uscito alla fine del 2016) con il nuovo, intitolato “Trionfo di amore e giustizia a Serravalle terra pontificia nell’anno del Signore 1838”. La storia portata alla ribalta da Raminelli (tutta legata al paese di Serravalle, alla villa del conte Giglioli, alle antiche famiglie, alle tenute e possessioni i cui nomi ancora oggi esistono, ai rapporti con la sponda fluviale austriacante del Lombardo-Veneto) trova ora compimento con lo svelarsi dei protagonisti della congiura che aveva visto nel primo libro la morte del venditore ambulante Giuseppe Barocchi. Galeazzo Giuliani, nell’indirizzo di apertura ai lettori, segnala che Raminelli, “con la magia dello storico, che fa rivivere persone ed epoche, affronta il caso, indaga sul delitto e tenta di far trionfare la giustizia terrena. Per far ciò riapre il sipario su quell’umanità apparentemente insignificante che viveva lungo la sponda destra del Grande Fiume e brulicava con reverenza oggi ignota, attorno alla Villa Giglioli, avamposto di civiltà urbana fiorito a nobilitare una terra, all’epoca, per molti aspetti, selvaggia e inospitale.” Attorno alle indagini per scoprire i colpevoli del delitto, scorre infatti parallela la vita di una comunità segnata da disgrazie come l’incendio delle canne palustri in valle, dalle fatiche del vivere quotidiano di chi si dedica al contrabbando, dalla smodata ricerca del facile benessere attraverso le torbide e meschine azioni di chi vede solo nel denaro la prospettiva di una vita migliore. Anche in questo secondo romanzo, l’Autore nobilita lo scorrere delle vicende con la semplicità e la purezza di cuore di due giovani che, in aggiunta alla coetanea coppia del primo lavoro, potranno come nelle favole, non senza difficoltà, coronare il loro sogno d’amore. I colpevoli del delitto, animati da freddezza d’animo, bramosia di ricchezza e libidinosa passione, subiranno le condanne comminate da un tribunale di prima istanza guidato dal gonfaloniere pontificio, mentre il paese ritornerà alla normale vita d’ogni giorno. Ancora una volta Raminelli, con una prosa accattivante a tratti con effetti teatrali, con dialoghi incalzanti, con descrizioni ambientali segni di una approfondita conoscenza della storia del territorio, con personaggi egregiamente dipinti nelle loro caratteristiche fisiche e psichiche, ci porta in un mondo temporalmente lontano ma ricco di suggestioni. Un libro con una prosa godibile e da promuovere, come il primo romanzo, ma soprattutto un libro per tutti, che dà spazio in poco più di cento pagine, a una serie di immagini e situazioni che consentono di comprendere meglio le radici umane, sociali e storiche di questa zona all’inizio del delta. (Zan.Di Pac.)
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lunedì 26 febbraio 2018

La villa dei Conti Giglioli a Serravalle (Ferrara): un bene da recuperare.

Ho avuto modo di interessarmi alle vicende e alla situazione di Villa Giglioli a Serravalle fin dai primi momenti successivi alla semi-distruzione causata dall’incendio nella notte tra il 31 dicembre 2008 e l’1 gennaio 2009. A distanza di nove anni, concluso l’iter giudiziario penale e civile, occorre ora guardare alla messa in sicurezza di ciò che è rimasto e al recupero e restauro delle parti architettoniche e artistiche ancora presenti. Non traccio qui se non un breve excursus relativo alla storia dei due manufatti storicamente più importanti (La Villa e l’Oratorio), sottolineando la somma necessità di una messa in sicurezza di ciò che resta e di un veloce recupero di quanto si è salvato dalla distruzione. Faccio notare che la proprietà ha sempre messo a disposizione della comunità civile e di quella religiosa spazi e edifici, credendo nel valore educativo e turistico di un luogo tanto ricco di storia. I meriti in campo culturale degli eredi Giglioli sono ben evidenti. Essi, infatti, fin dall’anno 2000-2001 hanno donato l’intero patrimonio archivistico di Casa Giglioli all’Istituto di Studi Rinascimentali: una ricchissima dotazione documentaristica che racconta gran parte della storia della Città e del territorio. La distruzione di buona parte della villa di Serravalle è stata, anche sotto questo punto di vista, uno sfregio alla storia e alla cultura ferraresi. Gli eredi hanno poi collaborato per produrre uno studio progettuale inerente il restauro funzionale della Villa. Nell’anno accademico 2011-12, alla facoltà di architettura dell’università degli studi di Palermo, è stata presentata la tesi redatta da Margherita Martina Emma (Relatori: prof. Ing. C. Cucchiara, Prof.ssa Arch. L. Gargagliano, Prof. Arch. F. Tommaselli, Prof. Arch. G.M. Ventimiglia) avente per titolo: “PROGETTO DI RESTAURO E RIFUNZIONALIZZAZIONE DI PALAZZO GIGLIOLI”. Secondo tale progetto andrebbero tutelati i pochi fabbricati ancora esistenti nell’area, con l’intenzione di un recupero, restauro ed utilizzo, così da renderli accessibili e godibili in ogni parte con l’individuazione di destinazioni d’uso compatibili e aperte a tutti i cittadini, residenti, ospiti, visitatori, scolaresche, anziani, diversamente abili, senza alcuna limitazione: ciò sarebbe un valido impegno per evitare che dall'
abbandono, dal degrado, dal vandalismo e dalla noncuranza derivi la perdita totale dell’unico vero monumento storico del nostro territorio. Il complesso, infatti, costituito dalla Villa settecentesca, dai fabbricati di servizio, dal grande parco, dalla Cappella gentilizia, dovrebbe rientrare a pieno titolo fra le realtà più significative del Basso Ferrarese sia per l’interesse storico che per quello turistico-fluviale (Ciclabile Destra Po - Approdo fluviale di Serravalle – Insediamento La Porta del delta).


 LA VILLA (Storia)

A metà del secolo XV quando Giglioli, e più propriamente Giacomo, vennero investiti del titolo comitale e della contea di Serravalle, costruirono nel luogo ove ancora oggi esiste la villa, una dimora a forma di torre. Attorno al piccolo maniero si formò un piccolo agglomerato di capanne e tuguri, vera e propria oasi in mezzo alle paludi, alimentate dalle continue e disastrose rotte del fiume Po. La famiglia Giglioli – che pure mantenne il palazzo in Ferrara e molte altre proprietà immobiliari e terriere in varie zone del Ferrarese e del Veneto - provvide a costruire nel tempo molti fabbricati rurali e provvide anche al rialzo delle strutture arginali per lungo tratto della sponda serravallese del Po di Goro (anticamente detto “di Ariano”). Dopo il ritiro a Serravalle causato dall’arrivo della dominazione pontificia, nel 1598, a seguito della morte senza prole maschile dell’ultimo duca estense Alfonso II, la costruzione subì varie modifiche.  Ai primi dell’Ottocento la torre venne demolita quasi per intero e ad essa si sostituì sul lato nord la cimasa di chiaro stile neoclassico. Alle finestre ed ai portali di ingresso furono apposti i frontini e aggiunte le scalinate. C’era anche un piccolo colonnato che sorreggeva il balcone a nord ma esso poi scomparve (come risultava da una pittura realizzata al piano nobile da Rosa Giglioli ed ora andata perduta con il recente incendio). Il pittore ferrarese Francesco Migliari decorò nel 1825 molte stanze e soffitti, altre decorazioni furono realizzate dalla già citata Rosa Giglioli. Ultimi grandi lavori e sistemazione di arredo si ebbero durante la vita del conte Arturo (1872-1948).

L’ORATORIO (Storia)

Il fabbricato si erge sul lato nord, con il portale ad ovest, e pare esistesse già alla metà del Settecento. Prova ne sia il fatto che esso compare citato nel libro Adriensium Episcoporum series historico-chronologica monumenis illustrata (Padova, 1788) del Vescovo di Adria Mons. Arnaldo Speroni degli Alvarotti. La più antica pietra tombale posta nel pavimento dell’oratorio risale alla metà del secolo XVIII. Nel 1833 si ebbe un radicale restauro (come ricorda una scritta dipinta sopra la porta d’ingresso). Nell’oratorio riposano i resti mortali di Ermanno Maffei-Giglioli, morto ventenne ed intimo di Lodovico Ticchioni (partigiano, medaglia d’oro della Resistenza). Il conte Arturo, nel 1947, a ricordo del nipote, fece accomodare nell’oratorio una balaustra e un altare cinquecentesco, ottimamente intarsiato di marmi, proveniente da una villa veneta dei Grimaldi del Terraglio. Per quanto riguarda le sepolture vale la pena ricordare che nell’oratorio sono conservati i resti di Luigi Giglioli, figlio del conte Gaetano, morto nel 1861, di anni, 52, graduato dei Bersaglieri del Po. L’11 ottobre 1927 il pittore ferrarese Augusto Pagliarini provvide a realizzare i lavori di restauro decorativo all’interno dell’oratorio. Per la qualità delle decorazioni si dirà che il Prof. Pagliarini era artista di chiara fama avendo lavorato al restauro dei dipinti di Palazzo Bonacossi a Ferrara. Di lui si ricorda anche la decorazione della chiesa arcipretale di San Martino a Conselice (diocesi di Imola). Il 29 ottobre 1932 il conte Arturo concesse che la chiesetta potesse essere officiata tutte le settimane, nella mattinata del sabato, con la santa Messa celebrata dal Parroco-abate di Serravalle o da un suo cappellano

martedì 13 febbraio 2018

Don Giovanni Camarlinghi: un prete per amico.


Mi ero ripromesso di scrivere qualche ulteriore riga al ricordo qui pubblicato con il precedente post n. 74 del 10 dicembre 2017 sulla figura del caro amico don Giovanni Alberto Camarlinghi. Scrivere di lui è, per me, come scrivere di un fratello poiché la sintonia che si creò fra noi due fu dettata non solo dall’essere quasi coetanei ma anche e soprattutto dalla condivisione totale del modo di intendere la vita e l’impegno in una comunità parrocchiale. Giovane fra giovani, don Giovanni alimentò un fervore di iniziative che ebbero il merito di lasciare un segno profondo in una comunità ove, ancora negli anni 70 e 80 del Novecento, era difficoltoso proclamarsi cristiani a causa di una massiccia opera di contrasto verso la Chiesa operata dai partiti della sinistra. Di lui bisogna segnalare: la costante presenza in oratorio, le confessioni, l’assistenza diuturna al gruppo giovanile, le visite frequentissime ai malati, l’impegno per mandare avanti e sostenere alla grande l’educazione dei piccoli nella benemerita scuola materna parrocchiale “Don Pio Minghetti”. Allacciò contatti frequenti ed invitò a numerose celebrazioni i sacerdoti nativi di Serravalle e quanti, ancora viventi, lo avevano precededuto in Parrocchia. Questi sono solo alcuni aspetti della missione sacerdotale espletata da don Camarlinghi che non mancarono di attiragli le simpatie anche degli ambienti politicizzati e più ostili al messaggio evangelico. Col sorriso sulle labbra profondeva con energia l’impegno della sua presenza, giorno e notte, per gli anziani, che visitava frequentissimamente e al cui capezzale portava il conforto dei sacramenti, specialmente quelli della Casa di Riposo, allora condotta da un gruppo di oltre quindici Suore della Sacra Famiglia per cui celebrava quotidianamente la santa Messa mattutina. Diede vita al gruppo del Vangelo, impegnato nello studio della Parola di Dio; ugualmente sostenne e formò un gruppo giovanile, che condusse a riflettere sulle tematiche più importanti attraverso incontri di preghiera e riflessione e nell’impegno mensile della pubblicazione del giornale parrocchiale “Dal Campanile”, uno straordinario strumento di comunicazione e di collegamento. Orbitarono nella redazione e nel confezionamento di quel periodico decine di ragazzi, decine pure impegnati a scrivere, a esporre idee, a proporre iniziative, a riflettere sui temi della presenza cristiana nel mondo, a segnalare l’esigenza di un recupero delle più importanti notizie di storia paesana. Poi la grande avventura della Sagra Paesana vissuta in tutte le sue dimensioni, prima fra tutte quella della preghiera al Patrono San Francesco d’Assisi. Segnalo tuttavia come merito grandissimo di don Giovanni Camarlinghi fu l’aver dato vita al Coro Parrocchiale, o meglio alla Cappella Musicale. Una compagine canora con oltre sessanta elementi, dai bambini alle bambine, dalle giovani alle donne, da alcuni giovanotti a uomini maturi: tutti entusiasti di cantare, di provare, di rendere sempre più decorose le celebrazioni. Dopo il trasferimento di don Giovanni a Ferrara, la corale ha proseguito fra enormi difficoltà ed ora è ridotta a pochi cantori. Va detto, in tutta serenità, che non ha assolutamente giovato all’impegno di servizio liturgico l’aver formato un coro giovani che, in netta contrapposizione alla storica formazione canora, non ha saputo né voluto continuare nelle linee di una eredità di formazione musicale decisamente importante. Poi non è possibile dimenticare il Palio. Gli ultimi quattro anni trascorsi da don Camarlinghi a Serravalle sono stati momenti indimenticabili per la nascita e lo sviluppo di un organismo ancora presente, aggregante persone di diversa condizione sociale, di diversa cultura, di diversa ideologia politica: giovani e adulti protesi a voler animare la comunità in modo sano e divertente, legando le manifestazioni a una parte della storia antica del territorio. Sentiva importante e imprescindibile, il caro don Giovanni, guardare al cuore delle persone, guardare al bene delle anime, coltivando amicizie e pregando tanto, pregando sempre. Anche certi suoi gesti, esemplari per un sacerdote giovane, fanno oggi riflettere. Luigi Accattoli nel suo Blog, che invito a visitare e a leggere, ha parlato di don Giovanni in merito a due avvenimenti: il primo riferito al comunista mangiapreti Tonino Colombani, convertito in punto di morte dall’Ave Maria. L’altro all’ebreo ferrarese ingegner Giorgio Bianchini, convertito al Cristianesimo ma legatissimo alle tradizioni ebraiche, ospite nella Casa di Riposo di Serravalle. Egli raccontava che da giovane, chiamato alle armi nel 1915, era andato dal Rabbino che gli aveva imposto le mani pronunciando la preghiera che nel Benedizionale degli Ebrei il nonno recita in occasione della partenza del nipote. Quando don Camarlinghi nel 1985 fu chiamato a lasciare Serravalle per la Parrocchia dell’Immacolata di Ferrara, si recò dal vecchio amico Bianchini chiedendogli una benedizione. L’ingegnere, commosso e lusingato, mise la kippah, pose le mani sulla testa di don Giovanni recitandogli la benedizione che il rabbino aveva un tempo invocato su di lui: “Angelo di Dio tu condottier del viver mio, guidalo e portalo tu sul sentier della virtù”. Ecco, a distanza di tanti anni, a distanza di alcuni mesi dalla morte di Don Giovanni, possiamo dire che la sua presenza a Serravalle e nella parrocchia dell’Immacolata è stata una vera e propria benedizione del Signore per tutti coloro che hanno avuto la fortuna di averlo incontrato e di averlo avuto come parroco ed amico.

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Giovanni Raminelli


lunedì 4 dicembre 2017

Ricordo di un amico scomparso lunedì 27 novembre 2017: Don Giovanni Camarlinghi

Lunedì 27 novembre 2017 è andato alla Casa del Padre il carissimo amico don Giovanni Alberto Camarlinghi, che fu coadiutore e poi parroco-abate a Serravalle (Ferrara) dal 1971 al 1985 e successivamente parroco alla parrocchia dell'Immacolata in città a Ferrara. Voglio ricordarlo qui intanto con questo scritto, ripromettendomi di scrivere più avanti un altro testo relativo ad alcuni particolari della sua vita che ritengo meritino d'essere conosciuti.

La fotografia che pubblico è stata scattata nel giugno 2012 a Copparo dall'amico Paolo Chiavieri.
Io a sinistra, don Giovanni a destra.

Nel giugno del 1971, insieme all’allora parroco-abate di Serravalle, don Silvio Padovani, mi recai alla sagra di Parasacco, un paesino ferrarese sito a breve distanza da Tresigallo. Fra i molti sacerdoti presenti alla cerimonia religiosa del pomeriggio vi era pure don Camarlinghi. “Sarà lui il nostro nuovo cappellano!” disse don Silvio indicandolo. E’ probabile che l’arcivescovo avesse già deciso, ma sono più propenso a credere che a decidere prima ancora del vescovo fosse stato don Silvio. Resta il fatto di una calorosa stretta di mano corroborata da un sorriso solare e gioioso: furono la carta d’identità che don Giovanni mi mostrò in quel mio primo incontro con lui. Venne a Serravalle con un carico di qualità umane e spirituali di alto livello che non tardarono a manifestarsi. Bambini, ragazzi, adolescenti, adulti, anziani. La variegata e multiforme umanità della nostra parrocchia, da qualche anno diventata parte della arcidiocesi di Ferrara, sentiva di essere amata da un giovane sacerdote che ce la metteva tutta in tutte le cose. Voglio fare una carrellata delle opere poste in essere da don Camarlinghi, alcune fra le tante che ricordandole oggi ci offrono la dimensione ministeriale ed umana di un parroco tanto amato. Egli iniziò il suo percorso serravallese fine giugno 1971 con la costituzione del coro: esperienza unica e indimenticabile. Di lì a poco venne ricostituito e “potenziato” il gruppo chierichetti. Divenuto parroco-abate nel 1974, si prodigò per la scuola materna ove prestavano la loro opera le Piccole Suore della Sacra Famiglia. Fu assai attento alla istruzione religiosa degli adulti e dei piccoli. Confessioni regolari per grandi e piccini, incontri settimanali per il “Gruppo del Vangelo” e con la particolare assistenza ai ragazzi in oratorio. Portò a compimento il restauro dell’organo, favorì e sostenne nell’ottobre 1974, la nascita del mensile parrocchiale Dal Campanile, con cui si incrementò il collegamento del paese e della parrocchia con moltissimi ex serravallesi sparsi in Italia e all’estero. Grande impegno mise nel sostegno annuale delle iniziative della Fiera insieme allo storico Presidente Roberto Tarroni. Compì il restauro nella primavera del 1975 della settecentesca statua del Cristo Morto e favorì il completamento della decorazione del cassone dell’organo. Indisse dal 30 novembre all’8 dicembre 1975 le Sante Missioni, L’anno dopo procedette al restauro di ambienti parrocchiali e alla loro metanizzazione. Costituì un apposito comitato per i festeggiamenti in onore di don Alvaro Almos Marabini, sacerdote di Serravalle, che celebrò la sua prima santa Messa nella nostra chiesa il 4 giugno 1978. Subito dopo (11 giugno) diede un doveroso risalto con una apposita celebrazione alla ricorrenza del 120° anniversario della erezione della nostra chiesa abbaziale in parrocchia. Nel 1979 avviò i lavori di pulizia e di definitiva sistemazione del tetto della chiesa e il restauro del campanile e della rifusione della campana maggiore, dedicata al patrono, consacrata dall’arcivescovo Mons. Mosconi il 23 settembre. Nel dicembre 1980, grazie al suo interessamento, al patrocinio della parrocchia e al contributo della Cassa di Risparmio di Ferrara, venne dato alle stampe e divulgato il mio libro “Serravalle. Profilo storico di un paese della Bassa Ferrarese”, con i cui ricavi don Giovanni portò a compimento i lavori di sistemazione degli ambienti parrocchiali, in particolare della sala per incontri e riunioni. Il 23 marzo 1982 celebrò il 1° centenario delle campane mentre in ottobre diede avvio ai lavori di restauro e abbellimento della facciata della nostra chiesa. Sempre in quell’anno partecipò ai festeggiamenti per la benedizione ed inaugurazione dei nuovi locali che ampliavano e restauravano parte del complesso della Casa di Riposo. In occasione della quaresima del 1983 ottenne dalla parrocchia di Berra il trasferimento in Serravalle, per una settimana, della venerata Immagine della Madonna della Galvana. La domenica 24 giugno 1984 inaugurò e benedisse le nuove lapidi ai caduti poste sulla restaurata facciata della chiesa.  In seguito organizzò e coordinò i preparativi per la Visita pastorale dell’arcivescovo Maverna, attuata in Serravalle dal 15 al 21 ottobre 1984. Il 17 gennaio 1985 l’Ente Palio Serravalle lo nominò “Membro onorario” del Comitato d’Onore dell’Ente riconoscendone gli alti meriti e la dedizione posta nel favorire e dare supporto alle attività poste in essere dall’Ente medesimo. Ecco per sommi capi il percorso “serravallese” di un grande sacerdote. Grazie don Giovanni!


Giovanni Raminelli

martedì 17 ottobre 2017

Il decennale della scomparsa del Dottor Romeo Sgarbanti: maestro di vita e di Fede.


Si è svolta sabato 14 ottobre 2017, nella splendida cornice della Basilica di San Giorgio fuori le mura, in Ferrara, l'iniziativa di commemorazione del Dott. Romeo Sgarbanti nel decennale della morte. Pubblico di seguito il ricordo che ho pronunciato alla presenza dei famigliari, delle autorità del Serra Club, di molti amici ed estimatori di questa figura onorevolissima del mondo civile e cattolico.

Confesso che ho avuto un attimo di indecisione quando mi si propose di ricordare oggi questa luminosa figura di cittadino e di cattolico. Ci sono qui tante persone autorevoli, che l’hanno conosciuto e frequentato più di me. Tuttavia mi sono detto che forse non è il tempo più o meno lungo della conoscenza e della frequentazione l’unico parametro cui affidarmi per tratteggiarne pur velocemente un ricordo.
Ci sono altre dimensioni, ci sono sensazioni, esperienze, ricordi che possono trasformare una impresa ardua in una riflessione doverosa e attenta sulla complessa e nello stesso tempo esemplare figura di questo uomo di azione, di forte e solidissima cultura, di fede incrollabile e operosa, di studioso eminente. Nel ricordo del caro dottor Sgarbanti mi sovviene soprattutto (permettetemi un riferimento personale) la grande ed indiscutibile autorevolezza, negli anni della mia militanza, prima giovanile poi matura, nella Democrazia Cristiana, ai tempi di altre grandi figure della DC ferrarese e di organizzazioni cattoliche quali Moreno Incerpi, il Prof. Modestino, il Prof. Tosi, Nino Cristofori, Franceschini, Dianati, Marinelli, e dell’Ente Delta con il suo direttore Giordano Marchiani. Era l’epoca del confronto, a volte aspro, fra le varie compagini partitiche. Mi aveva colpito, in alcuni incontri, la sua costante sollecitazione a mostrare, dentro e fuori la sezione, indefettibile fedeltà ai nostri valori cristiani e a mai rinnegare il ruolo dei cattolici nella vita sociale ed economica specialmente in quei comuni della nostra provincia ove era largamente preponderante la presenza dei partiti di sinistra. In fondo non chiedeva e non si aspettava altro che la fedeltà ai principi ispiratori dell’impegno cattolico nella società. E la società di allora, come quella di oggi, ha bisogno di assoluta coerenza tra le idealità ispiratrici e gli impegni nel concreto.
Da cattolico impegnato in politica, la sua preoccupazione costante fu appunto quella di garantire, se così può dirsi, il nesso, la corrispondenza, il legame, la coerenza tra principi e azioni, tra valori e progetti, tra fondamento e comportamento. Io credo che questo fosse per lui il vero metro di misura della politica. Ma Romeo Sgarbanti aveva la vista lunga, guardava al futuro, con l’obiettivo permanente del riscatto, della crescita.  Ciò a cui mirava, lo si percepiva nei suoi interventi, nei quali egli era convincente poiché aveva un eloquio ricco di ragionamenti che segnalavano il suo alto senso dello Stato e il senso che potremmo definire etico del suo impegno politico. Me ne convinsi ancor di più allorché ebbi a leggere più volte in quegli anni quell’aureo suo testo intitolato Lineamenti storici del movimento cattolico ferrarese, stampato nel 1954, traendone non solo spunti di doverosa riflessione ma anche di possibile ricerca e di ampliamento. Era fuor di dubbio che ciò che scriveva, egli lo vivesse non solo nella certezza delle documentazioni ma anche in quella dei valori che era possibile porgere alla riflessione dei lettori, e che emergevano ed emergono ancora oggi in chi ha la fortuna di accostarsi alla lettura dei suoi testi. Libri davvero importanti, dotati di una vasta bibliografia.
Lessi tempo fa il suo ultimo articolo apparso sul n. 27 dell’anno 2007 della rivista “Ferrara.Voci di una città” e che egli volle intitolare in modo assai significativo “Un collateralismo importante”: un richiamo storicamente ineccepibile agli aspetti interpretativi del clerico-fascismo. Al Grosoli egli dedicò studi profondi: il primo del 1959 Ritratto politico di Giovanni Grosoli, pubblicato a Roma dalla Editrice Cinque Lune, il secondo del 1960 intitolato Giovanni Grosoli e pubblicato in Spoleto da Petrelli, il terzo del 1964 Giovanni Grosoli Pironi. L’opera e le virtù, edito dalla Direzione della Sala Francescana di Cultura di San Damiano in Assisi, a cura del padre Antonio Giorgi. Erano, quelli, gli anni della sua nomina a Presidente della Camera di Commercio di Ferrara, incarico che tenne dal 1960 al 1976. In tale veste egli dimostrò di essere uomo competente, indiscutibilmente preparato a trattare le tematiche economiche e sociali. Si impegnò a lungo per la valorizzazione della filiera ortofrutticola.
Fu protagonista di una lunga stagione di positiva progettazione e di progressiva realizzazione di importanti interventi in favore della realtà ferrarese: profuse infatti un riconosciuto e validissimo impegno teso a ottenere il finanziamento e l’ampliamento delle opere di bonifica, per il grande comprensorio del Basso Ferrarese, per il rafforzamento della ferrovia e della rete stradale ed autostradale. Operò inoltre con sollecitudine per il sistema idroviario e per quello portuale nella realtà di Porto Garibaldi. Da ricordare il premio a lui intitolato e riservato a lauree specialistiche trattanti la realtà ferrarese in tutte le sue articolazioni economiche.
Ma è l’uomo di Chiesa su cui, in particolare, oggi possiamo soffermarci. Sgarbanti condusse una vita nella Chiesa e per la Chiesa, dalla quale molti di noi e l’intera diocesi hanno ricevuto il meglio non solo per la crescita responsabile nella Fede ma anche per quella legata alle varie organizzazioni ancora operanti. Egli insomma teneva in grande considerazione la dimensione ecclesiale nell’attivo processo di inculturazione della Fede attraverso rapporti comunitari significativi e di alto livello, di notevole spessore. E riteneva necessario ricercare, in modo aperto, con coraggiosa penetrazione i cambiamenti epocali e ogni situazione bisognosa di intervento, preoccupandosi dei relativismi e dei decadimenti.
Non voglio essere ripetitivo ma io credo sia necessario ribadire, con le parole dell’architetto Bassi nel numero della rivista “La Pianura” dedicato al dottor Sgarbanti, che egli “ebbe a traguardare il mondo attraverso il suo indefettibile cattolicesimo che lo fece un riferimento e un testimone fondamentale del mondo cattolico ferrarese”. Egli infatti nei vari incarichi e nei ruoli assunti nel corso della sua esistenza seppe garantire risposte sicure alle esigenze emergenti dal contesto sociale ed economico ed aveva un metodo per la risoluzione dei problemi: preferiva mediare, consigliare con la parola giusta e con il pensiero adeguato quando più era necessario, manifestando comprensione profonda, senza mai deflettere dai principi di una riconosciuta onestà intellettuale, che corroborava e si assimilava a quella culturale e a quella religiosa. Questo dunque era il suo modo di “governare” le idee e di declinare le iniziative di cui poi il mondo cattolico ferrarese ha goduto e gode. Le sue sono state talora riflessioni nel solco del magistero ecclesiastico non prive tuttavia di accenni di richiamo doveroso alla autonoma iniziativa e responsabilità dei laici. D’altronde ciò venne corroborato dall’esortazione del Santo Pontefice Giovanni Paolo II durante la visita a Ferrara nel 1990: “… dovete domandarvi…- disse Wojtyla - quale sia il punto critico nel rapporto della comunità ferrarese con la proposta cristiana”. Quel “punto critico”, quella esortazione trovarono in Romeo Sgarbanti un formidabile campione di indefesso attivismo per dare efficacia a quella che l’amico Mario Cova definì nel suo articolo commemorativo sul già richiamato numero della rivista “La Pianura” “una sorta di nuova evangelizzazione dei ferraresi”. Fu così che egli perseguì con caparbietà la nascita di alcuni organismi presenti e operanti: Il FORUM SAN MAURELIO per il coordinamento e la sinergia tra i vari gruppi laicali, la FONDAZIONE 28 MARZO 1171 con compiti di sostegno al volontariato educativo e vocazionale. Nel 2006 promosse con altri il convegno serrano “Per lo sviluppo del progetto culturale della Chiesa Italiana nelle realtà locali dell’Emilia-Romagna”. Il convegno si concluse con una serie di propositi operativi in base ai quali si assunse l’iniziativa di far convergere le attività della Organizzazione Grosoli nel solco del Progetto Culturale della Chiesa. E di lì a poco ecco che il dottor Sgarbanti propose e promosse la formazione di un “Collegium culturale” denominato PAIDEIA per l’aggiornamento e il sostegno agli approfondimenti culturali in ottica cristiana per docenti e studenti.  Nel 1993 la Commissione nomine del Serra regionale lo elesse Governatore, incarico che mantenne con grande prestigio dal 1994 al 1996.
Negli anni successivi continuò ad essere la mente pensante e l’anima del Serra diocesano fino a farlo diventare, nelle sue due articolazioni (Ferrara e Pomposa), il più numeroso ed il più attivo della nostra regione e tra i più stimati a livello nazionale. In quel tempo venni più volte contattato ed ebbi molte occasioni di incontro con il dott. Sgarbanti, che non ringrazierò mai abbastanza per avermi voluto nel 1997 quale membro onorario nel Serra Club di Ferrara. Con lui avevo iniziata da tempo una stretta corrispondenza telefonica ed epistolare che sfociò di lì a poco nell’interessamento suo e del compianto Mons. Guido Rossi perché potessi mettere mano alla stesura di una nuova ed aggiornata biografia della venerabile Flora Manfrinati, giunta poi a felice compimento nel 2003. Egli vedeva in quella figura e nell’opera delle Educatrici Apostole a Torino e a Mottatonda di Gherardi un mezzo in più per proporre l’impegno cristiano nelle nostre zone e non solo, e molto si adoperò perché la pubblicazione avesse il crisma della editoria cattolica, come in effetti avvenne per i tipi delle edizioni Paoline, per raggiungere anche i luoghi più lontani ove far conoscere la storia e il carisma di Flora.
Non possiamo poi tacere l’amore di Romeo Sgarbanti per Ferrara e per i numerosi esempi di santità: gli studi e le pubblicazioni su San Maurelio, la sollecitazione di indagini per la individuazione delle fondamenta dell’antica cattedrale in Voghenza; l’attenzione a divulgare il senso e il significato di Ferrara “città eucaristica”, per il miracolo testimoniato nella basilica di Santa Maria in Vado, e per le figure femminili di Santa Caterina Vegri e Suor Maria Veronica del Santissimo Sacramento. Scrisse nel 1990 l’opera I Papi ed il prodigio di Ferrara del 1171 edita da Corbo con cui poi nel 1993, insieme a Baruffaldi e a Turri, ha dato alle stampe il libro sul movimento cattolico sociale a Ferrara tra ‘800 e ‘900 con il saggio intitolato Angelo Ferrari e l’Opera dei Congressi.
Concludo sottolineando l’opportunità dell’odierna iniziativa, che possiamo definire un riposo dello spirito poiché siamo raccolti nel ricordo di una persona dalla luminosa ed esemplare vita cristiana. Ed è da sottolineare come l’iniziativa non possa che procurare gioia permettendoci di assolvere a una specie di debito di gratitudine e di amicizia verso il dottor Romeo Sgarbanti.
Egli amava la preghiera e la Parola di Dio, e questa venerava nella Scrittura. Dava rilievo alla “vocazione” intesa come momento fondamentale per avvicinarsi ed avvicinare a Dio e alla Chiesa.  La speranza è che non si disperda una così alta testimonianza umana ed evangelica, che riteniamo preziosissime per il tessuto associativo ed operativo della nostra diocesi. 
Il dott. Romeo Sgarbanti è stato un vero maestro di vita e di fede. In questa dimensione, sotto questa luce, tutti noi continuiamo a ricordarlo, con immutato affetto e inalterato rimpianto.

Ferrara, Basilica di San Giorgio fuori le mura, 14-10-2017

Giovanni Raminelli