giovedì 8 novembre 2018

Pubblicato il Diario di Anselmo Morelli "La storia della mia vita militare"





Un mio nuovo lavoro viene alla luce in questi giorni con il patrocinio del Comune di Berra e dell’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara. Si tratta della pubblicazione, con commento e note, del Diario di Anselmo Morelli La storia della mia vita militare. È un agile volumetto di sessanta pagine contenenti i ricordi della partecipazione alla Grande Guerra stesi da Anselmo Morelli nel 1956. Come afferma il Dr. Alberto Astolfi in un suo intervento a nome dell’Amministrazione Comunale di Berra “La pubblicazione del diario di Anselmo Morelli, curata proprio da Raminelli, compone e completa il quadro storico e biografico attorno alla figura di Morelli già avviata con la pubblicazione del 2004 “Anselmo Morelli. Poesie popolari di un ricevitor postale”, ampliandone la figura non solo in chiave letteraria, ma di fatto, con queste sue memorie, in chiave storica in un particolare periodo della storia d’Italia come sono appunto i cent’anni dalla fine del primo conflitto mondiale. Un documento prezioso che ci riporta e ci descrive fedelmente fasi di vita ed eventi che difficilmente oggi si potrebbero comprendere”. E la Dr.ssa Anna Quarzi direttrice dell’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara scrive: “Il diario del Morelli, nonostante sia un diario postumo, composto decenni dopo attraverso appunti e ricordi, non perde il suo fascino storiografico, ma anzi è testimone di una memoria ormai sedimentata e matura dell’autore. La vicenda esistenziale di Anselmo Morelli meritava una riflessione proprio perché incarna alla perfezione l’uomo che crede fermamente nel potere della scrittura e della cultura per risollevare la propria iniziale condizione di svantaggio economico familiare. Morelli infatti nasce in una povera famiglia che non può permettergli studi adeguati alle sue notevoli capacità. E Giovanni Raminelli, vista la sua lunga esperienza come dirigente scolastico e come storico, non poteva farsi sfuggire l’indagine su di un personaggio tanto interessante quanto emblematico. La penna di Raminelli è inconfondibile nel commento al diario dove, come in tutti i suoi altri lavori, emerge la tempra dello storico attento e scrupoloso che ha saputo negli anni dare nuova linfa alla storia locale”. Le vicende e le memorie di Anselmo Morelli sono trascritte e commentate con notizie, dati e spiegazioni che rendono il lavoro una tessera del mosaico diaristico che a livello nazionale, in questi anni, ha dato luogo, anche in tal modo, alla giusta commemorazione del centenario della Prima Guerra Mondiale. Il libro viene ufficialmente presentato a Berra il 9 novembre, nel teatro comunale, alle ore 9,30 e donato ai ragazzi delle scuole (V^ elementare e III^ media), che sono invitati a leggerlo e a produrre qualche lavoro per una migliore conoscenza della storia nazionale. Come autore, ritengo sia interessante l’aver riportato anche copie di lettere che il Morelli scriveva alla moglie dal fronte, alcune fotografie scattate in quegli anni, nonché una serie di dati che il Morelli annotò mentre prestava servizio nei reparti di sussistenza in relazione alla composizione delle dotazioni alimentari per i militari.

Giovanni Raminelli

Copyright - 2018

lunedì 9 aprile 2018

...disponibile il sequel del primo romanzo....


Pubblico la recensione realizzata da un caro amico al mio secondo romanzo, le cui vicende completano quelle narrate nel primo, uscito nel 2016. Il libro verrà presentato il sabato 5 maggio 2018, alle ore 16, a pomposa (Ferrara) nell'ambito delle iniziative della "Primavera Pomposiana 2018". Chi fosse interessato potrà acquistarlo a Pomposa, oppure a Serravalle (Ferrara) presso la tabaccheria-cartoleria di Broggio Dario, o ancora alla libreria "Apogeo" di Adria (Rovigo). Chi desiderasse l'invio per posta può scrivere all'indirizzo e-mail: historicus@outlook.it

Giovanni Raminelli

Come aveva promesso, Giovanni Raminelli completa le vicende del suo primo romanzo storico (uscito alla fine del 2016) con il nuovo, intitolato “Trionfo di amore e giustizia a Serravalle terra pontificia nell’anno del Signore 1838”. La storia portata alla ribalta da Raminelli (tutta legata al paese di Serravalle, alla villa del conte Giglioli, alle antiche famiglie, alle tenute e possessioni i cui nomi ancora oggi esistono, ai rapporti con la sponda fluviale austriacante del Lombardo-Veneto) trova ora compimento con lo svelarsi dei protagonisti della congiura che aveva visto nel primo libro la morte del venditore ambulante Giuseppe Barocchi. Galeazzo Giuliani, nell’indirizzo di apertura ai lettori, segnala che Raminelli, “con la magia dello storico, che fa rivivere persone ed epoche, affronta il caso, indaga sul delitto e tenta di far trionfare la giustizia terrena. Per far ciò riapre il sipario su quell’umanità apparentemente insignificante che viveva lungo la sponda destra del Grande Fiume e brulicava con reverenza oggi ignota, attorno alla Villa Giglioli, avamposto di civiltà urbana fiorito a nobilitare una terra, all’epoca, per molti aspetti, selvaggia e inospitale.” Attorno alle indagini per scoprire i colpevoli del delitto, scorre infatti parallela la vita di una comunità segnata da disgrazie come l’incendio delle canne palustri in valle, dalle fatiche del vivere quotidiano di chi si dedica al contrabbando, dalla smodata ricerca del facile benessere attraverso le torbide e meschine azioni di chi vede solo nel denaro la prospettiva di una vita migliore. Anche in questo secondo romanzo, l’Autore nobilita lo scorrere delle vicende con la semplicità e la purezza di cuore di due giovani che, in aggiunta alla coetanea coppia del primo lavoro, potranno come nelle favole, non senza difficoltà, coronare il loro sogno d’amore. I colpevoli del delitto, animati da freddezza d’animo, bramosia di ricchezza e libidinosa passione, subiranno le condanne comminate da un tribunale di prima istanza guidato dal gonfaloniere pontificio, mentre il paese ritornerà alla normale vita d’ogni giorno. Ancora una volta Raminelli, con una prosa accattivante a tratti con effetti teatrali, con dialoghi incalzanti, con descrizioni ambientali segni di una approfondita conoscenza della storia del territorio, con personaggi egregiamente dipinti nelle loro caratteristiche fisiche e psichiche, ci porta in un mondo temporalmente lontano ma ricco di suggestioni. Un libro con una prosa godibile e da promuovere, come il primo romanzo, ma soprattutto un libro per tutti, che dà spazio in poco più di cento pagine, a una serie di immagini e situazioni che consentono di comprendere meglio le radici umane, sociali e storiche di questa zona all’inizio del delta. (Zan.Di Pac.)
Copyright 2018 

lunedì 26 febbraio 2018

La villa dei Conti Giglioli a Serravalle (Ferrara): un bene da recuperare.

Ho avuto modo di interessarmi alle vicende e alla situazione di Villa Giglioli a Serravalle fin dai primi momenti successivi alla semi-distruzione causata dall’incendio nella notte tra il 31 dicembre 2008 e l’1 gennaio 2009. A distanza di nove anni, concluso l’iter giudiziario penale e civile, occorre ora guardare alla messa in sicurezza di ciò che è rimasto e al recupero e restauro delle parti architettoniche e artistiche ancora presenti. Non traccio qui se non un breve excursus relativo alla storia dei due manufatti storicamente più importanti (La Villa e l’Oratorio), sottolineando la somma necessità di una messa in sicurezza di ciò che resta e di un veloce recupero di quanto si è salvato dalla distruzione. Faccio notare che la proprietà ha sempre messo a disposizione della comunità civile e di quella religiosa spazi e edifici, credendo nel valore educativo e turistico di un luogo tanto ricco di storia. I meriti in campo culturale degli eredi Giglioli sono ben evidenti. Essi, infatti, fin dall’anno 2000-2001 hanno donato l’intero patrimonio archivistico di Casa Giglioli all’Istituto di Studi Rinascimentali: una ricchissima dotazione documentaristica che racconta gran parte della storia della Città e del territorio. La distruzione di buona parte della villa di Serravalle è stata, anche sotto questo punto di vista, uno sfregio alla storia e alla cultura ferraresi. Gli eredi hanno poi collaborato per produrre uno studio progettuale inerente il restauro funzionale della Villa. Nell’anno accademico 2011-12, alla facoltà di architettura dell’università degli studi di Palermo, è stata presentata la tesi redatta da Margherita Martina Emma (Relatori: prof. Ing. C. Cucchiara, Prof.ssa Arch. L. Gargagliano, Prof. Arch. F. Tommaselli, Prof. Arch. G.M. Ventimiglia) avente per titolo: “PROGETTO DI RESTAURO E RIFUNZIONALIZZAZIONE DI PALAZZO GIGLIOLI”. Secondo tale progetto andrebbero tutelati i pochi fabbricati ancora esistenti nell’area, con l’intenzione di un recupero, restauro ed utilizzo, così da renderli accessibili e godibili in ogni parte con l’individuazione di destinazioni d’uso compatibili e aperte a tutti i cittadini, residenti, ospiti, visitatori, scolaresche, anziani, diversamente abili, senza alcuna limitazione: ciò sarebbe un valido impegno per evitare che dall'
abbandono, dal degrado, dal vandalismo e dalla noncuranza derivi la perdita totale dell’unico vero monumento storico del nostro territorio. Il complesso, infatti, costituito dalla Villa settecentesca, dai fabbricati di servizio, dal grande parco, dalla Cappella gentilizia, dovrebbe rientrare a pieno titolo fra le realtà più significative del Basso Ferrarese sia per l’interesse storico che per quello turistico-fluviale (Ciclabile Destra Po - Approdo fluviale di Serravalle – Insediamento La Porta del delta).


 LA VILLA (Storia)

A metà del secolo XV quando Giglioli, e più propriamente Giacomo, vennero investiti del titolo comitale e della contea di Serravalle, costruirono nel luogo ove ancora oggi esiste la villa, una dimora a forma di torre. Attorno al piccolo maniero si formò un piccolo agglomerato di capanne e tuguri, vera e propria oasi in mezzo alle paludi, alimentate dalle continue e disastrose rotte del fiume Po. La famiglia Giglioli – che pure mantenne il palazzo in Ferrara e molte altre proprietà immobiliari e terriere in varie zone del Ferrarese e del Veneto - provvide a costruire nel tempo molti fabbricati rurali e provvide anche al rialzo delle strutture arginali per lungo tratto della sponda serravallese del Po di Goro (anticamente detto “di Ariano”). Dopo il ritiro a Serravalle causato dall’arrivo della dominazione pontificia, nel 1598, a seguito della morte senza prole maschile dell’ultimo duca estense Alfonso II, la costruzione subì varie modifiche.  Ai primi dell’Ottocento la torre venne demolita quasi per intero e ad essa si sostituì sul lato nord la cimasa di chiaro stile neoclassico. Alle finestre ed ai portali di ingresso furono apposti i frontini e aggiunte le scalinate. C’era anche un piccolo colonnato che sorreggeva il balcone a nord ma esso poi scomparve (come risultava da una pittura realizzata al piano nobile da Rosa Giglioli ed ora andata perduta con il recente incendio). Il pittore ferrarese Francesco Migliari decorò nel 1825 molte stanze e soffitti, altre decorazioni furono realizzate dalla già citata Rosa Giglioli. Ultimi grandi lavori e sistemazione di arredo si ebbero durante la vita del conte Arturo (1872-1948).

L’ORATORIO (Storia)

Il fabbricato si erge sul lato nord, con il portale ad ovest, e pare esistesse già alla metà del Settecento. Prova ne sia il fatto che esso compare citato nel libro Adriensium Episcoporum series historico-chronologica monumenis illustrata (Padova, 1788) del Vescovo di Adria Mons. Arnaldo Speroni degli Alvarotti. La più antica pietra tombale posta nel pavimento dell’oratorio risale alla metà del secolo XVIII. Nel 1833 si ebbe un radicale restauro (come ricorda una scritta dipinta sopra la porta d’ingresso). Nell’oratorio riposano i resti mortali di Ermanno Maffei-Giglioli, morto ventenne ed intimo di Lodovico Ticchioni (partigiano, medaglia d’oro della Resistenza). Il conte Arturo, nel 1947, a ricordo del nipote, fece accomodare nell’oratorio una balaustra e un altare cinquecentesco, ottimamente intarsiato di marmi, proveniente da una villa veneta dei Grimaldi del Terraglio. Per quanto riguarda le sepolture vale la pena ricordare che nell’oratorio sono conservati i resti di Luigi Giglioli, figlio del conte Gaetano, morto nel 1861, di anni, 52, graduato dei Bersaglieri del Po. L’11 ottobre 1927 il pittore ferrarese Augusto Pagliarini provvide a realizzare i lavori di restauro decorativo all’interno dell’oratorio. Per la qualità delle decorazioni si dirà che il Prof. Pagliarini era artista di chiara fama avendo lavorato al restauro dei dipinti di Palazzo Bonacossi a Ferrara. Di lui si ricorda anche la decorazione della chiesa arcipretale di San Martino a Conselice (diocesi di Imola). Il 29 ottobre 1932 il conte Arturo concesse che la chiesetta potesse essere officiata tutte le settimane, nella mattinata del sabato, con la santa Messa celebrata dal Parroco-abate di Serravalle o da un suo cappellano

martedì 13 febbraio 2018

Don Giovanni Camarlinghi: un prete per amico.


Mi ero ripromesso di scrivere qualche ulteriore riga al ricordo qui pubblicato con il precedente post n. 74 del 10 dicembre 2017 sulla figura del caro amico don Giovanni Alberto Camarlinghi. Scrivere di lui è, per me, come scrivere di un fratello poiché la sintonia che si creò fra noi due fu dettata non solo dall’essere quasi coetanei ma anche e soprattutto dalla condivisione totale del modo di intendere la vita e l’impegno in una comunità parrocchiale. Giovane fra giovani, don Giovanni alimentò un fervore di iniziative che ebbero il merito di lasciare un segno profondo in una comunità ove, ancora negli anni 70 e 80 del Novecento, era difficoltoso proclamarsi cristiani a causa di una massiccia opera di contrasto verso la Chiesa operata dai partiti della sinistra. Di lui bisogna segnalare: la costante presenza in oratorio, le confessioni, l’assistenza diuturna al gruppo giovanile, le visite frequentissime ai malati, l’impegno per mandare avanti e sostenere alla grande l’educazione dei piccoli nella benemerita scuola materna parrocchiale “Don Pio Minghetti”. Allacciò contatti frequenti ed invitò a numerose celebrazioni i sacerdoti nativi di Serravalle e quanti, ancora viventi, lo avevano precededuto in Parrocchia. Questi sono solo alcuni aspetti della missione sacerdotale espletata da don Camarlinghi che non mancarono di attiragli le simpatie anche degli ambienti politicizzati e più ostili al messaggio evangelico. Col sorriso sulle labbra profondeva con energia l’impegno della sua presenza, giorno e notte, per gli anziani, che visitava frequentissimamente e al cui capezzale portava il conforto dei sacramenti, specialmente quelli della Casa di Riposo, allora condotta da un gruppo di oltre quindici Suore della Sacra Famiglia per cui celebrava quotidianamente la santa Messa mattutina. Diede vita al gruppo del Vangelo, impegnato nello studio della Parola di Dio; ugualmente sostenne e formò un gruppo giovanile, che condusse a riflettere sulle tematiche più importanti attraverso incontri di preghiera e riflessione e nell’impegno mensile della pubblicazione del giornale parrocchiale “Dal Campanile”, uno straordinario strumento di comunicazione e di collegamento. Orbitarono nella redazione e nel confezionamento di quel periodico decine di ragazzi, decine pure impegnati a scrivere, a esporre idee, a proporre iniziative, a riflettere sui temi della presenza cristiana nel mondo, a segnalare l’esigenza di un recupero delle più importanti notizie di storia paesana. Poi la grande avventura della Sagra Paesana vissuta in tutte le sue dimensioni, prima fra tutte quella della preghiera al Patrono San Francesco d’Assisi. Segnalo tuttavia come merito grandissimo di don Giovanni Camarlinghi fu l’aver dato vita al Coro Parrocchiale, o meglio alla Cappella Musicale. Una compagine canora con oltre sessanta elementi, dai bambini alle bambine, dalle giovani alle donne, da alcuni giovanotti a uomini maturi: tutti entusiasti di cantare, di provare, di rendere sempre più decorose le celebrazioni. Dopo il trasferimento di don Giovanni a Ferrara, la corale ha proseguito fra enormi difficoltà ed ora è ridotta a pochi cantori. Va detto, in tutta serenità, che non ha assolutamente giovato all’impegno di servizio liturgico l’aver formato un coro giovani che, in netta contrapposizione alla storica formazione canora, non ha saputo né voluto continuare nelle linee di una eredità di formazione musicale decisamente importante. Poi non è possibile dimenticare il Palio. Gli ultimi quattro anni trascorsi da don Camarlinghi a Serravalle sono stati momenti indimenticabili per la nascita e lo sviluppo di un organismo ancora presente, aggregante persone di diversa condizione sociale, di diversa cultura, di diversa ideologia politica: giovani e adulti protesi a voler animare la comunità in modo sano e divertente, legando le manifestazioni a una parte della storia antica del territorio. Sentiva importante e imprescindibile, il caro don Giovanni, guardare al cuore delle persone, guardare al bene delle anime, coltivando amicizie e pregando tanto, pregando sempre. Anche certi suoi gesti, esemplari per un sacerdote giovane, fanno oggi riflettere. Luigi Accattoli nel suo Blog, che invito a visitare e a leggere, ha parlato di don Giovanni in merito a due avvenimenti: il primo riferito al comunista mangiapreti Tonino Colombani, convertito in punto di morte dall’Ave Maria. L’altro all’ebreo ferrarese ingegner Giorgio Bianchini, convertito al Cristianesimo ma legatissimo alle tradizioni ebraiche, ospite nella Casa di Riposo di Serravalle. Egli raccontava che da giovane, chiamato alle armi nel 1915, era andato dal Rabbino che gli aveva imposto le mani pronunciando la preghiera che nel Benedizionale degli Ebrei il nonno recita in occasione della partenza del nipote. Quando don Camarlinghi nel 1985 fu chiamato a lasciare Serravalle per la Parrocchia dell’Immacolata di Ferrara, si recò dal vecchio amico Bianchini chiedendogli una benedizione. L’ingegnere, commosso e lusingato, mise la kippah, pose le mani sulla testa di don Giovanni recitandogli la benedizione che il rabbino aveva un tempo invocato su di lui: “Angelo di Dio tu condottier del viver mio, guidalo e portalo tu sul sentier della virtù”. Ecco, a distanza di tanti anni, a distanza di alcuni mesi dalla morte di Don Giovanni, possiamo dire che la sua presenza a Serravalle e nella parrocchia dell’Immacolata è stata una vera e propria benedizione del Signore per tutti coloro che hanno avuto la fortuna di averlo incontrato e di averlo avuto come parroco ed amico.

Copyright - 2018

Giovanni Raminelli


lunedì 4 dicembre 2017

Ricordo di un amico scomparso lunedì 27 novembre 2017: Don Giovanni Camarlinghi

Lunedì 27 novembre 2017 è andato alla Casa del Padre il carissimo amico don Giovanni Alberto Camarlinghi, che fu coadiutore e poi parroco-abate a Serravalle (Ferrara) dal 1971 al 1985 e successivamente parroco alla parrocchia dell'Immacolata in città a Ferrara. Voglio ricordarlo qui intanto con questo scritto, ripromettendomi di scrivere più avanti un altro testo relativo ad alcuni particolari della sua vita che ritengo meritino d'essere conosciuti.

La fotografia che pubblico è stata scattata nel giugno 2012 a Copparo dall'amico Paolo Chiavieri.
Io a sinistra, don Giovanni a destra.

Nel giugno del 1971, insieme all’allora parroco-abate di Serravalle, don Silvio Padovani, mi recai alla sagra di Parasacco, un paesino ferrarese sito a breve distanza da Tresigallo. Fra i molti sacerdoti presenti alla cerimonia religiosa del pomeriggio vi era pure don Camarlinghi. “Sarà lui il nostro nuovo cappellano!” disse don Silvio indicandolo. E’ probabile che l’arcivescovo avesse già deciso, ma sono più propenso a credere che a decidere prima ancora del vescovo fosse stato don Silvio. Resta il fatto di una calorosa stretta di mano corroborata da un sorriso solare e gioioso: furono la carta d’identità che don Giovanni mi mostrò in quel mio primo incontro con lui. Venne a Serravalle con un carico di qualità umane e spirituali di alto livello che non tardarono a manifestarsi. Bambini, ragazzi, adolescenti, adulti, anziani. La variegata e multiforme umanità della nostra parrocchia, da qualche anno diventata parte della arcidiocesi di Ferrara, sentiva di essere amata da un giovane sacerdote che ce la metteva tutta in tutte le cose. Voglio fare una carrellata delle opere poste in essere da don Camarlinghi, alcune fra le tante che ricordandole oggi ci offrono la dimensione ministeriale ed umana di un parroco tanto amato. Egli iniziò il suo percorso serravallese fine giugno 1971 con la costituzione del coro: esperienza unica e indimenticabile. Di lì a poco venne ricostituito e “potenziato” il gruppo chierichetti. Divenuto parroco-abate nel 1974, si prodigò per la scuola materna ove prestavano la loro opera le Piccole Suore della Sacra Famiglia. Fu assai attento alla istruzione religiosa degli adulti e dei piccoli. Confessioni regolari per grandi e piccini, incontri settimanali per il “Gruppo del Vangelo” e con la particolare assistenza ai ragazzi in oratorio. Portò a compimento il restauro dell’organo, favorì e sostenne nell’ottobre 1974, la nascita del mensile parrocchiale Dal Campanile, con cui si incrementò il collegamento del paese e della parrocchia con moltissimi ex serravallesi sparsi in Italia e all’estero. Grande impegno mise nel sostegno annuale delle iniziative della Fiera insieme allo storico Presidente Roberto Tarroni. Compì il restauro nella primavera del 1975 della settecentesca statua del Cristo Morto e favorì il completamento della decorazione del cassone dell’organo. Indisse dal 30 novembre all’8 dicembre 1975 le Sante Missioni, L’anno dopo procedette al restauro di ambienti parrocchiali e alla loro metanizzazione. Costituì un apposito comitato per i festeggiamenti in onore di don Alvaro Almos Marabini, sacerdote di Serravalle, che celebrò la sua prima santa Messa nella nostra chiesa il 4 giugno 1978. Subito dopo (11 giugno) diede un doveroso risalto con una apposita celebrazione alla ricorrenza del 120° anniversario della erezione della nostra chiesa abbaziale in parrocchia. Nel 1979 avviò i lavori di pulizia e di definitiva sistemazione del tetto della chiesa e il restauro del campanile e della rifusione della campana maggiore, dedicata al patrono, consacrata dall’arcivescovo Mons. Mosconi il 23 settembre. Nel dicembre 1980, grazie al suo interessamento, al patrocinio della parrocchia e al contributo della Cassa di Risparmio di Ferrara, venne dato alle stampe e divulgato il mio libro “Serravalle. Profilo storico di un paese della Bassa Ferrarese”, con i cui ricavi don Giovanni portò a compimento i lavori di sistemazione degli ambienti parrocchiali, in particolare della sala per incontri e riunioni. Il 23 marzo 1982 celebrò il 1° centenario delle campane mentre in ottobre diede avvio ai lavori di restauro e abbellimento della facciata della nostra chiesa. Sempre in quell’anno partecipò ai festeggiamenti per la benedizione ed inaugurazione dei nuovi locali che ampliavano e restauravano parte del complesso della Casa di Riposo. In occasione della quaresima del 1983 ottenne dalla parrocchia di Berra il trasferimento in Serravalle, per una settimana, della venerata Immagine della Madonna della Galvana. La domenica 24 giugno 1984 inaugurò e benedisse le nuove lapidi ai caduti poste sulla restaurata facciata della chiesa.  In seguito organizzò e coordinò i preparativi per la Visita pastorale dell’arcivescovo Maverna, attuata in Serravalle dal 15 al 21 ottobre 1984. Il 17 gennaio 1985 l’Ente Palio Serravalle lo nominò “Membro onorario” del Comitato d’Onore dell’Ente riconoscendone gli alti meriti e la dedizione posta nel favorire e dare supporto alle attività poste in essere dall’Ente medesimo. Ecco per sommi capi il percorso “serravallese” di un grande sacerdote. Grazie don Giovanni!


Giovanni Raminelli

martedì 17 ottobre 2017

Il decennale della scomparsa del Dottor Romeo Sgarbanti: maestro di vita e di Fede.


Si è svolta sabato 14 ottobre 2017, nella splendida cornice della Basilica di San Giorgio fuori le mura, in Ferrara, l'iniziativa di commemorazione del Dott. Romeo Sgarbanti nel decennale della morte. Pubblico di seguito il ricordo che ho pronunciato alla presenza dei famigliari, delle autorità del Serra Club, di molti amici ed estimatori di questa figura onorevolissima del mondo civile e cattolico.

Confesso che ho avuto un attimo di indecisione quando mi si propose di ricordare oggi questa luminosa figura di cittadino e di cattolico. Ci sono qui tante persone autorevoli, che l’hanno conosciuto e frequentato più di me. Tuttavia mi sono detto che forse non è il tempo più o meno lungo della conoscenza e della frequentazione l’unico parametro cui affidarmi per tratteggiarne pur velocemente un ricordo.
Ci sono altre dimensioni, ci sono sensazioni, esperienze, ricordi che possono trasformare una impresa ardua in una riflessione doverosa e attenta sulla complessa e nello stesso tempo esemplare figura di questo uomo di azione, di forte e solidissima cultura, di fede incrollabile e operosa, di studioso eminente. Nel ricordo del caro dottor Sgarbanti mi sovviene soprattutto (permettetemi un riferimento personale) la grande ed indiscutibile autorevolezza, negli anni della mia militanza, prima giovanile poi matura, nella Democrazia Cristiana, ai tempi di altre grandi figure della DC ferrarese e di organizzazioni cattoliche quali Moreno Incerpi, il Prof. Modestino, il Prof. Tosi, Nino Cristofori, Franceschini, Dianati, Marinelli, e dell’Ente Delta con il suo direttore Giordano Marchiani. Era l’epoca del confronto, a volte aspro, fra le varie compagini partitiche. Mi aveva colpito, in alcuni incontri, la sua costante sollecitazione a mostrare, dentro e fuori la sezione, indefettibile fedeltà ai nostri valori cristiani e a mai rinnegare il ruolo dei cattolici nella vita sociale ed economica specialmente in quei comuni della nostra provincia ove era largamente preponderante la presenza dei partiti di sinistra. In fondo non chiedeva e non si aspettava altro che la fedeltà ai principi ispiratori dell’impegno cattolico nella società. E la società di allora, come quella di oggi, ha bisogno di assoluta coerenza tra le idealità ispiratrici e gli impegni nel concreto.
Da cattolico impegnato in politica, la sua preoccupazione costante fu appunto quella di garantire, se così può dirsi, il nesso, la corrispondenza, il legame, la coerenza tra principi e azioni, tra valori e progetti, tra fondamento e comportamento. Io credo che questo fosse per lui il vero metro di misura della politica. Ma Romeo Sgarbanti aveva la vista lunga, guardava al futuro, con l’obiettivo permanente del riscatto, della crescita.  Ciò a cui mirava, lo si percepiva nei suoi interventi, nei quali egli era convincente poiché aveva un eloquio ricco di ragionamenti che segnalavano il suo alto senso dello Stato e il senso che potremmo definire etico del suo impegno politico. Me ne convinsi ancor di più allorché ebbi a leggere più volte in quegli anni quell’aureo suo testo intitolato Lineamenti storici del movimento cattolico ferrarese, stampato nel 1954, traendone non solo spunti di doverosa riflessione ma anche di possibile ricerca e di ampliamento. Era fuor di dubbio che ciò che scriveva, egli lo vivesse non solo nella certezza delle documentazioni ma anche in quella dei valori che era possibile porgere alla riflessione dei lettori, e che emergevano ed emergono ancora oggi in chi ha la fortuna di accostarsi alla lettura dei suoi testi. Libri davvero importanti, dotati di una vasta bibliografia.
Lessi tempo fa il suo ultimo articolo apparso sul n. 27 dell’anno 2007 della rivista “Ferrara.Voci di una città” e che egli volle intitolare in modo assai significativo “Un collateralismo importante”: un richiamo storicamente ineccepibile agli aspetti interpretativi del clerico-fascismo. Al Grosoli egli dedicò studi profondi: il primo del 1959 Ritratto politico di Giovanni Grosoli, pubblicato a Roma dalla Editrice Cinque Lune, il secondo del 1960 intitolato Giovanni Grosoli e pubblicato in Spoleto da Petrelli, il terzo del 1964 Giovanni Grosoli Pironi. L’opera e le virtù, edito dalla Direzione della Sala Francescana di Cultura di San Damiano in Assisi, a cura del padre Antonio Giorgi. Erano, quelli, gli anni della sua nomina a Presidente della Camera di Commercio di Ferrara, incarico che tenne dal 1960 al 1976. In tale veste egli dimostrò di essere uomo competente, indiscutibilmente preparato a trattare le tematiche economiche e sociali. Si impegnò a lungo per la valorizzazione della filiera ortofrutticola.
Fu protagonista di una lunga stagione di positiva progettazione e di progressiva realizzazione di importanti interventi in favore della realtà ferrarese: profuse infatti un riconosciuto e validissimo impegno teso a ottenere il finanziamento e l’ampliamento delle opere di bonifica, per il grande comprensorio del Basso Ferrarese, per il rafforzamento della ferrovia e della rete stradale ed autostradale. Operò inoltre con sollecitudine per il sistema idroviario e per quello portuale nella realtà di Porto Garibaldi. Da ricordare il premio a lui intitolato e riservato a lauree specialistiche trattanti la realtà ferrarese in tutte le sue articolazioni economiche.
Ma è l’uomo di Chiesa su cui, in particolare, oggi possiamo soffermarci. Sgarbanti condusse una vita nella Chiesa e per la Chiesa, dalla quale molti di noi e l’intera diocesi hanno ricevuto il meglio non solo per la crescita responsabile nella Fede ma anche per quella legata alle varie organizzazioni ancora operanti. Egli insomma teneva in grande considerazione la dimensione ecclesiale nell’attivo processo di inculturazione della Fede attraverso rapporti comunitari significativi e di alto livello, di notevole spessore. E riteneva necessario ricercare, in modo aperto, con coraggiosa penetrazione i cambiamenti epocali e ogni situazione bisognosa di intervento, preoccupandosi dei relativismi e dei decadimenti.
Non voglio essere ripetitivo ma io credo sia necessario ribadire, con le parole dell’architetto Bassi nel numero della rivista “La Pianura” dedicato al dottor Sgarbanti, che egli “ebbe a traguardare il mondo attraverso il suo indefettibile cattolicesimo che lo fece un riferimento e un testimone fondamentale del mondo cattolico ferrarese”. Egli infatti nei vari incarichi e nei ruoli assunti nel corso della sua esistenza seppe garantire risposte sicure alle esigenze emergenti dal contesto sociale ed economico ed aveva un metodo per la risoluzione dei problemi: preferiva mediare, consigliare con la parola giusta e con il pensiero adeguato quando più era necessario, manifestando comprensione profonda, senza mai deflettere dai principi di una riconosciuta onestà intellettuale, che corroborava e si assimilava a quella culturale e a quella religiosa. Questo dunque era il suo modo di “governare” le idee e di declinare le iniziative di cui poi il mondo cattolico ferrarese ha goduto e gode. Le sue sono state talora riflessioni nel solco del magistero ecclesiastico non prive tuttavia di accenni di richiamo doveroso alla autonoma iniziativa e responsabilità dei laici. D’altronde ciò venne corroborato dall’esortazione del Santo Pontefice Giovanni Paolo II durante la visita a Ferrara nel 1990: “… dovete domandarvi…- disse Wojtyla - quale sia il punto critico nel rapporto della comunità ferrarese con la proposta cristiana”. Quel “punto critico”, quella esortazione trovarono in Romeo Sgarbanti un formidabile campione di indefesso attivismo per dare efficacia a quella che l’amico Mario Cova definì nel suo articolo commemorativo sul già richiamato numero della rivista “La Pianura” “una sorta di nuova evangelizzazione dei ferraresi”. Fu così che egli perseguì con caparbietà la nascita di alcuni organismi presenti e operanti: Il FORUM SAN MAURELIO per il coordinamento e la sinergia tra i vari gruppi laicali, la FONDAZIONE 28 MARZO 1171 con compiti di sostegno al volontariato educativo e vocazionale. Nel 2006 promosse con altri il convegno serrano “Per lo sviluppo del progetto culturale della Chiesa Italiana nelle realtà locali dell’Emilia-Romagna”. Il convegno si concluse con una serie di propositi operativi in base ai quali si assunse l’iniziativa di far convergere le attività della Organizzazione Grosoli nel solco del Progetto Culturale della Chiesa. E di lì a poco ecco che il dottor Sgarbanti propose e promosse la formazione di un “Collegium culturale” denominato PAIDEIA per l’aggiornamento e il sostegno agli approfondimenti culturali in ottica cristiana per docenti e studenti.  Nel 1993 la Commissione nomine del Serra regionale lo elesse Governatore, incarico che mantenne con grande prestigio dal 1994 al 1996.
Negli anni successivi continuò ad essere la mente pensante e l’anima del Serra diocesano fino a farlo diventare, nelle sue due articolazioni (Ferrara e Pomposa), il più numeroso ed il più attivo della nostra regione e tra i più stimati a livello nazionale. In quel tempo venni più volte contattato ed ebbi molte occasioni di incontro con il dott. Sgarbanti, che non ringrazierò mai abbastanza per avermi voluto nel 1997 quale membro onorario nel Serra Club di Ferrara. Con lui avevo iniziata da tempo una stretta corrispondenza telefonica ed epistolare che sfociò di lì a poco nell’interessamento suo e del compianto Mons. Guido Rossi perché potessi mettere mano alla stesura di una nuova ed aggiornata biografia della venerabile Flora Manfrinati, giunta poi a felice compimento nel 2003. Egli vedeva in quella figura e nell’opera delle Educatrici Apostole a Torino e a Mottatonda di Gherardi un mezzo in più per proporre l’impegno cristiano nelle nostre zone e non solo, e molto si adoperò perché la pubblicazione avesse il crisma della editoria cattolica, come in effetti avvenne per i tipi delle edizioni Paoline, per raggiungere anche i luoghi più lontani ove far conoscere la storia e il carisma di Flora.
Non possiamo poi tacere l’amore di Romeo Sgarbanti per Ferrara e per i numerosi esempi di santità: gli studi e le pubblicazioni su San Maurelio, la sollecitazione di indagini per la individuazione delle fondamenta dell’antica cattedrale in Voghenza; l’attenzione a divulgare il senso e il significato di Ferrara “città eucaristica”, per il miracolo testimoniato nella basilica di Santa Maria in Vado, e per le figure femminili di Santa Caterina Vegri e Suor Maria Veronica del Santissimo Sacramento. Scrisse nel 1990 l’opera I Papi ed il prodigio di Ferrara del 1171 edita da Corbo con cui poi nel 1993, insieme a Baruffaldi e a Turri, ha dato alle stampe il libro sul movimento cattolico sociale a Ferrara tra ‘800 e ‘900 con il saggio intitolato Angelo Ferrari e l’Opera dei Congressi.
Concludo sottolineando l’opportunità dell’odierna iniziativa, che possiamo definire un riposo dello spirito poiché siamo raccolti nel ricordo di una persona dalla luminosa ed esemplare vita cristiana. Ed è da sottolineare come l’iniziativa non possa che procurare gioia permettendoci di assolvere a una specie di debito di gratitudine e di amicizia verso il dottor Romeo Sgarbanti.
Egli amava la preghiera e la Parola di Dio, e questa venerava nella Scrittura. Dava rilievo alla “vocazione” intesa come momento fondamentale per avvicinarsi ed avvicinare a Dio e alla Chiesa.  La speranza è che non si disperda una così alta testimonianza umana ed evangelica, che riteniamo preziosissime per il tessuto associativo ed operativo della nostra diocesi. 
Il dott. Romeo Sgarbanti è stato un vero maestro di vita e di fede. In questa dimensione, sotto questa luce, tutti noi continuiamo a ricordarlo, con immutato affetto e inalterato rimpianto.

Ferrara, Basilica di San Giorgio fuori le mura, 14-10-2017

Giovanni Raminelli


mercoledì 13 settembre 2017

I sessant'anni della Casa di Riposo "Dott. A. Capatti" di Serravalle (Fe)

Quest’anno, proprio il 4 ottobre festa di San Francesco patrono d’Italia e di Serravalle, ricorre il 60° anniversario della inaugurazione della Casa di Riposo di Serravalle (Ferrara), un’opera di alto valore umano e civile. Ristrutturata ed ampliata su progetto del serravallese Ing. Angelo Pasqualin il 20 maggio 1971, venne inaugurata da Mons. Natale Mosconi Arcivescovo di Ferrara, dall’Onorevole Nino Cristofori, alla presenza delle più alte cariche civili della Provincia, del Sindaco di Berra Sandri Socrate, del Parroco-abate don Silvio Padovani e della Superiora Generale dell’Istituto delle Piccole Suore. Negli anni ’80 del Novecento si portarono a compimento altri lavori su progetto dell’Ing Antonio Bonora di Ferrara e del Geom. Gianni Battaglia di Serravalle portando alla demolizione della vecchia e fatiscente villa del Dott. Capatti e con la realizzazione di una struttura atta ad ospitare il personale religioso e quello amministrativo.Nel 1987, in occasione del Trentesimo anniversario di istituzione della Casa, per volere dell’allora superiora e di Casa Madre diedi alle stampe un opuscolo commemorativo, presentato poi dallo scrittore ferrarese Dino Tebaldi. L’opuscolo resta a testimoniare il percorso storico di questa istituzione, insieme ai due video realizzati nel 2007 in occasione del Cinquantesimo anniversario della Casa di Riposo e nel 2013 per le celebrazioni del Centenario della presenza delle Piccole Suore della Sacra Famiglia prima nell'Asilo Infantile "Don Pio Minghetti", poi nella Casa di Riposo. Ma chi era il Dott. Attilio Capatti cui la Casa di Riposo venne dedicata? Il Cav. Dott. Attilio Capatti, era nato a Berra (Ferrara) il 31 marzo 1865. Egli seguì con regolarità e grande impegno gli studi, dimostrando ben presto inclinazione per le materie scientifiche. A 26 anni, il 30/12/1891, si laureò a pieni voti in medicina e chirurgia all’Università di Padova. Si sa che il giovane medico Capatti aveva già aperte le porte di una promettente ed esaltante carriera universitaria, ma egli preferì partecipare al concorso per ottenere la condotta in Serravalle. Lo vinse, mostrando entusiasmo e dedizione. Qui più che altrove, in luoghi ove operai e braccianti tracciavano quotidianamente col sudore i solchi profondi di una terra redenta e quelli di una storia veramente singolare, il Capatti svolse il proprio lavoro, mai negando la propria professionalità, anzi esaltandola in coerenza con i suoi ideali etici e politici. Mostrò ben presto, infatti, un impegno costante e profondamente sentito per gli ideali di stampo socialista, che in quegli anni trovavano largo e partecipato consenso nelle masse popolari. Fu grande amico del parroco-abate don Giuseppe Minguzzi e del poeta locale Anselmo Morelli. Alla sua morte, avvenuta il 9 aprile 1942 le tre figlie: Norma, Silvia, Saracena insieme ai parenti più stretti, dopo lunghe trattative, considerato che l’Amministrazione Comunale di Berra non era in grado di assumere l’impegno per realizzare un ospizio a conduzione civile, decisero di donare il terreno (quasi un ettaro) e la villa all’Istituto delle Piccole Suore della Sacra Famiglia di Castelletto di Brenzone (Verona) al fine di ricavarne una Casa di Riposo, felicemente realizzata ed inaugurata il 4 ottobre 1957.
Giovanni Raminelli
Cav. Dott. Attilio Capatti